I MONDI CHE ABBIAMO PERDUTO

 

nel 500º anniversario della prima pubblicazione dell’Orlando Furioso avvenuta il 22 aprile 1516

 

 

”Non è finto il destrier, ma naturale,
Ch'una giumenta generò d'un grifo:
Simile al padre avea la piuma e l'ale,
Li piedi anteriori, il capo e il grifo,
In tutte l'altre membra parea quale
Era la madre, e chiamasi ippogrifo;
Che nei monti Rifei vengon, ma rari,
Molto di là dagli aghiacciati mari.”


Dal ‘l'Orlando Furioso’ dell'Ariosto:

canto IV

 

La scomparsa di specie animali e vegetali e l’impoverimento della diversità genetica hanno suscitato in questi anni nel mondo un interesse per la conservazione della biodiversità. E’ andato perduto, nella frenesia di rifare il mondo: il senso del limite, la consapevolezza dell’importanza delle risorse della Terra. Tutto lascia pensare che abbiamo costantemente sopravvalutato il contributo del genio tecnologico e sminuito quello delle risorse naturali . Per fortuna oggi, più che nel passato, si riconosce l’interdipendenza che lega la sopravvivenza dell’uomo a quella degli animali e delle piante. Si riconoscono ai nostri compagni di sempre, una serie di diritti e sulla scorta di questa nuova sensibilità vengono redatte e codificate nuove regole .

L' emergenza ha indotto i naturalisti a fare delle stime su quante possano essere le specie animali che popolano realmente la biosfera. Il loro numero è sicuramente più grande di quello riportato nei cataloghi stilati dai sistematici. Per Carlo Linneo nel Settecento il loro numero non toccava le cinquemila specie ma oggi pensiamo possa avvicinarsi al milione e mezzo. Altri, come Sobrosky, puntano sui dieci milioni di specie, mentre  Erwin dai trenta ai cento milioni. Infatti in certi ambiti, quello ad esempio degli insetti del suolo, le lacune conoscitive sembrano essere immense tanto che scrivendo dei collemboli, piccoli insetti terricoli, Grassé in una sua opera calcolava che le mille e cinquecento specie conosciute fossero una piccola frazione di quelle esistenti, che supponeva nell' ordine delle centomila. Insomma, le specie animali sarebbero ancora quasi tutte da scoprire, e se il ritmo attuale di estinzioni produce vuoti nel "già conosciuto", è sicuro che moltissime specie a noi sconosciute sulla  terra stiano scomparendo senza che ci sia dato d' incontrarle viventi mai più. D'altronde negli anni Trenta, presso le isole Comore, è stato ritrovato il celacanto, un pesce che si dava come estinto cinquanta milioni di anni fa ed è stato trovato spiaggiato, un pezzo di tentacolo di piovra che integro doveva essere lungo diciotto metri. Sono divenute assai rare invece le presenze dei draghi, immaginari o reali, che abitavano un tempo il grande acquitrino che dalla pianura padana andava fino al mare

Eppure, la testimonianza della loro presenza in questi lidi, é documentata durante tutto l'arco di un millennio: nel IV secolo San Mercuriale, patrono di Forlì, sconfigge un drago; nel 1500 Ulisse Aldrovandi, fornisce un'accurata descrizione di un drago catturato nelle paludi di Bologna; nel 1970 si trovano misteriose impronte di animale sconosciuto nelle paludi del forlivese

Nella zona tra le province di Bergamo, Milano, Cremona, Mantova e Lodi, nel tratto che da Cassano d’Adda va fino quasi a Cremona per una lunghezza totale di circa 60 km, nel Medioevo, esisteva un lago chiamato Gerundo (dalla voce dialettale lombarda gèra, gerù, gerùn che significa “ghiaia”) al cui centro si trovava l'Insula Fulcheria, isola dal toponimo longobardo su cui nacque la città di Crema. Il lago occupava un ampio tratto di territorio che iniziava a nord poco dopo Brembate per raggiungere a sud Pizzighettone.  Molti reperti dimostrano la sua esistenza, come il ritrovamento di  numerose piroghe rinvenute nei fiumi che interessano il territorio, colonne per gli ormeggi delle navi (ad Arzago d'Adda, Pandino, Rivolta d'Adda, Casirate d'Adda, Truccazzano) e la toponomistica di alcune città (Brignano Gera d'Adda, Fara Gera d'Adda, Misano di Gera d'Adda etc.) .

Le leggende popolari, riportano che il lago Gerundo  era la dimora di un drago chiamato Tarànto o Tarantasio, una  mostruosa creatura, che col solo alito pestifero ammorbava l'aria. A conferma della sua presenza alcuni reperti custoditi in chiese del territorio, sotto forma di ossa gigantesche rinvenute in quelli che un tempo erano i fondali del lago. Proprio da questa mitologica creatura prenderebbero il nome Taranta, frazione di Cassano d’Adda, così come le numerose “vie della Biscia” site nei paesi che all’epoca si trovavano lungo le rive del lago. Una testimonianza ancor più tangibile la si aveva a Calvenzano dove gli abitanti del luogo avevano eretto un muro alto tre metri per difendersi dagli attacchi del mostro. Numerose leggende riguardano il drago Tarantasio; la più suggestiva racconta la sua morte ad opera del capostipite dei Visconti, il quale avrebbe poi adottato come simbolo l’immagine della creatura sconfitta.

Anche l’alito pestilenziale che emanava il drago troverebbe una spiegazione scientifica nella presenza di gas naturali che si formavano sul fondo del lago per la presenza di depositi alluvionali stratificati. E’ proprio qui che nel 1952 l’AGIP trova grandi giacimenti di gas metano e l’ENI adotta come logo il famoso cane a sei zampe che altro non è che il drago Tarantasio

La perdita di biodiversità sulla terra è andata di pari passo con la perdita di (bio)diversità nel mondo onirico, con la scomparsa di interi universi immaginari dall’orizzonte esperienziale, diurno e notturno, e dunque la perdita dei mondi della differenza (angeli, fate, elfi, lingue fantastiche). Esseri prodigiosi circolavano liberamente nel mondo antico, ippocentauri, manticore, remore, sirene, ircocervi. Sono le immagini ritratte sui vasi greci decorati con figure rosse e nere, temi che ritroviamo anche nei dipinti dei maestri bolognesi del Seicento come il Laocoonte proveniente dal museo del Bargello di Firenze. Sono animali cari agli dei dell'Olimpo come "Leda e il cigno" raffigurata dal Tintoretto, oppure creature terrificanti come quella ritratta nel dipinto "Perseo libera Andromeda" di Piero di Cosimo. Nelle nostre campagne è sopravvissuto fino ai primi anni del novecento un bestiario popolato di draghi sirene basilischi e capricorni in immagini forgiate in ferro od intagliate nel legno che ornavano i carri agricoli tradizionali del reggiano. I contadini le chiamavano “maledizioni” per via del potere protettivo delle biade e dei raccolti che veniva loro attribuito. Gli artigiani che le creavano le andavano a posizionare preferibilmente nei recessi del carro più segreti e meno esposti alla vista: sotto il piano di carico, tra le due coppie di ruote, nella freccia della coda. Animali misteriosi animavano le acque profonde dei laghi e dei mari come la sirena proveniente dal Museo Civico Archeologico ed Etnologico di Modena. Dipinti e scolpiti anche nei chiostri e sulle porte delle Chiese ad eccezione dei monasteri cistercensi per l’interdetto di Bernardo di Chiaravalle che non li amava. Per descrivere qualcosa di inverosimile, Orazio parlava di cigni neri, senza sapere che stormi di cigni neri oscuravano da tempo i cieli d’Australia. In ogni caso esiste sempre la possibilità che ciò che noi definiamo mostro pascoli in qualche punto oscuro dell’universo. Non possedendo l’inventiva della Natura che, come ci dice Dante, «d’elefanti e di balene / non si pente», i mostri da noi creati sono versioni più grandi o più piccole di ciò che la Natura ha già ideato, oppure semplici mescolanze di dettagli. Per fortuna ancora oggi, nel nostro immaginario sopravvive una favolosa mitologia sulle abitudini animali ben lontana da quella che può rivelare l’osservazione zoologica.

Si tratta di rimembranze di un’età medioevale in cui sono comparsi a pieno titolo, anche nei trattati scientifici dell’epoca, animali che oggi abbiamo provato essere inesistenti come gli unicorni, le sirene, i draghi ma che ormai appartengono al nostro immaginario. Il Medio Evo conferì loro il medesimo valore simbolico delle creature che noi chiamiamo reali. Nei bestiari medievali leggiamo che l’allodola è capace di decidere del destino di un malato: resta nella stanza se egli morrà o vola via dalla finestra portandosi appresso la sua malattia se egli sopravvivrà. E apprendiamo che l’unicorno può essere catturato soltanto attirandolo nel grembo di una vergine, dove cadrà amorevolmente addormentato. Non si fa poi alcuna distinzione tra la creatura osservata e quella immaginata: fanno entrambe parte della fauna della mente. Gli uomini del Medioevo, “a dispetto di quanto generalmente si crede, scrive Pastoureau,  conoscevano e sapevano osservare assai bene la fauna e la flora, ma non pensavano affatto che ciò avesse una relazione con il sapere, né che potesse condurre alla verità. Allo stesso modo, artisti e illustratori sarebbero stati perfettamente in grado di raffigurare gli animali in maniera realistica ma dal loro punto di vista, le rappresentazioni convenzionali, quelle che si vedono nei bestiari miniati, erano più importanti e veritiere di quelle naturalistiche”.  Ma“ chi sono gli animali che compaiono nei nostri sogni, si chiede James Hillman, e perchè vengono a noi che abbiamo trascorso gli ultimi due secoli a sterminarli regolarmente, ad un ritmo sempre più rapido, senza pietà, specie per specie, in ogni parte del mondo? Eppure con quanta incrollabile fiducia continuano a entrare nella nostra anima del sogno, nelle nostre fantasie infantili, nel nostro immaginario artistico e a spezzarci il cuore con le loro sofferenze. Chi sono loro che hanno formato il massimo sistema simbolico della coscienza umana dai tempi di Altamira. Sicuramente non possiamo accontentarci di credere che siano soltanto una parte di noi racchiusa nelle nostre teste come rappresentazioni delle nostre brame, delle nostre bestialità e della bellezza istintuale, un’antologia di metafore riferentisi alle nostre fisionomie e ai comportamenti che ci sono propri, come se ciascuno di noi fosse un Noè capace accogliere al suo interno l’intero regno animale”.

Assieme alla zoologia fantastica esiste, anche se non ha avuto lo stesso impatto emotivo, una botanica parallela popolata di piante immaginarie e di mostri vegetali che, per stravaganza e ricchezza simbolica, possono sfidare i più celebri mostri animali. Prendiamo ad esempio le anatre vegetali e l'agnello vegetale di Scizia o di Tartaria . Viaggiatori ed esploratori ne descrivono l' aspetto, i frutti, i cicli vitali; esistono addirittura, come testimonianza apparentemente inequivocabile, alcuni esemplari disseccati. La prima descrizione che troviamo dell’anatra vegetale è dovuta a Giraldus  Cambrensis, nella sua Topographia Hiberniae scritta nel 1187 : "Ci sono molti uccelli, chiamati Bernacae, che la natura produce contro le sue stesse leggi in maniera  meravigliosa. Sono come anatre di palude, ma un po’ più piccole. Sono generate dai tronchi di abete gettati dal mare, ed all' inizio sembrano delle escrescenze su di essi. Successivamente si appendono col becco, simili ad erbe marine attaccate al tronco, e sono racchiuse in conchiglie per potersi sviluppare più liberamente. Essendosi così nel corso del tempo ricoperte di uno strato di piume, esse infine cadono in acqua o si alzano a volare nell' aria. L' embrione di anatra si accresce e si nutre da una mistura ricavata in maniera segreta e meravigliosa dal mare o dal legno. Ho visto con i miei occhi più di mille di questi minuscoli corpi di uccello pendere da un tronco sulla spiaggia, chiusi in conchiglie e già formati" …. "In nessun luogo del mondo si è mai saputo che facciano dei nidi. Per questo motivo i vescovi e il clero in qualche parte dell'Irlanda sono usi mangiare nei giorni di magro questi uccelli senza scrupoli. Ma ciò facendo essi cadono in peccato. Perché se qualcuno avesse mai mangiato la coscia del nostro primo progenitore, anche se egli (Adamo) non era nato da carne, quella persona non potrebbe essere sollevata dal sacrilegio di aver mangiato carne". Dalla descrizione di Giraldo possiamo comprendere quanto la leggenda fosse già conosciuta e popolare, almeno in Irlanda, se la si arrivava a collegare ad una diatriba come la dieta nella Quaresima e nei giorni di magro. Che d' altra parte che questo non fosse un aspetto del tutto secondario lo si può arguire dal fatto che nel 1215 sia necessario addirittura l'intervento di un Papa, Innocenzo III, per proibire definitivamente il consumo di ogni tipo di carne nei periodi di magro, a prescindere dalla origine marina o meno che questa avesse. E’ però un altro Papa, Enea Silvio Piccolomini, Pio II, (1405-1464 ) ad aggiungere credibilità al prodigio, scrivendo : "Abbiamo saputo che in Scizia c'è un albero che, cresciuto lungo un fiume, produceva dei frutti che avevano forma di anatre, e che, maturando, cadevano da soli, gli uni in terra, gli altri in acqua. E quelli che cadevano in terra imputridivano, quelli che erano caduti in acqua, prendevano vita, nuotavano sull' acqua e s' involavano, mettendo le piume, in aria".

Del Borametz , o agnello vegetale o agnello di Scizia, e cioè della pianta che genera agnelli ne parla per la prima volta, attorno al 1330, Odorico da Pordenone, che tra il 1316 ed il 1328 aveva compiuto un viaggio in Oriente. Egli ci informa che nella regione del Caucaso «nascono poponi grandissimi, i quali poponi, quando sono maturi, s'aprono per loro istessi, e trovavisi entro una bestiuola grande e fatta a modo d'uno agnello». La storia viene ripresa nei Viaggi di John Mandeville nel 1355 ed iniziò quindi a circolare, venendo riportata da moltissimi autori. Verso il 1550 nello scritto di un altro viaggiatore, il barone Sigismondo de Herbertstein, apprendiamo che il seme del borametz, simile a quelli di un melone, piantato in terra, dava luogo alla nascita di una pianta composta da uno stelo ed un corpo in tutto simile a quello di un agnello, coperto di finissima lana, usata nel paese per fabbricare pregiati copricapi. Questa pianta, si nutre dell'erba che cresce attorno al suo stelo, nell'ambito del raggio di azione che questo gli consente. Esaurito il pascolo, si secca e muore. Nel passato era a tal punto connaturato il credere in esseri straordinari che, osservando tre lamantini nei pressi della foce dell’Orinoco, Cristoforo Colombo scrisse nel suo diario di bordo di aver visto tre sirene nuotare in mare, aggiungendo che «non sono così belle come si dice che siano». Questa predisposizione dello spirito muta dal Settecento in poi, quando si inizia a distinguere il fantastico dal reale, il vero dal falso, il verificabile  dall’immaginario. L’universo fantastico rimane da allora escluso  dalla cultura scientifica e relegato in una sorta di riserva nella quale tuttavia le creature della fantasia hanno continuato a frequentare il nostro mondo o quello parallelo e speculare, dei nostri sogni, a vivere e trasformarsi. Sono creature che non hanno una realtà biologica ma vivono nelle culture tradizionali, nella memoria della specie umana e per questo nascono e si estinguono con un rapporto diretto all’ambito  culturale in cui sono state originate. Possono vivere solo se persistono le condizioni ambientali e, quindi culturali della loro esistenza. Accade così che alcune creature vivano solo , lo spazio breve di un incubo mattutino mentre altre continuino ad abitare da secoli nella nostra mente.

Per questo possiamo dire che i nostri mostri (La parola stessa dal latino monstrum, da monere, significa "portento", "prodigio") esistono perché noi vogliamo ed abbiamo bisogno che esistano. La mente dell’uomo contemporaneo abita ancora in loro compagnia e per questo gli uomini  pongono ancora sotto la protezione di antiche parentele totemiche la loro esistenza. Il cacciatore paleolitico, che affrescava il soffitto della grotta di Altamira, per diventare, con la forza della magia, il "signore dei bisonti", è lo stesso che siede nell'abitacolo del boeing, confortato da tutti i ritrovati della tecnologia ma all’ombra dell'immagine totemica del suo clan: il canguro sui boeing australiani della Qantas,  la testa di uccello di Orus su quelli egiziani della Egyptair o di  Homa, un grifone della mitologia persiana su quelli della Iran Air. Ma sono soprattutto , i discorsi del quotidiano che tradiscono il "bestiario " che alberga in noi. Al mattino diciamo di "aver dormito come un ghiro" ed etichettiamo quella donna come” una vipera” o "furba come una volpe". Gli esseri fantastici fanno parte di noi stessi e della nostra cultura, per questo ogni tentativo e ogni atto di distruzione nei loro confronti è un atto di cannibalismo. Occorre proteggerli per proteggere noi stessi. Come scrive Michel Tournier “Le leggende si nutrono della nostra sostanza, traggono la loro verità dalla complicità dei nostri cuori. Se in esse non riconosciamo la nostra propria storia, non sono che legno morto e paglia secca. Dunque se l'immaginario interagisce con il reale, allora la frontiera tra reale ed immaginario è un confine sfumato e non è cosa assurda ipotizzarne il territorio, che non sarà meno reale di quello reale.

Un esempio di questo territorio è la Bungelosen-Strasse di Hameln; in questa strada non si suona nessuno strumento musicale da 400 anni; di qui passarono, verso il paese della leggenda, i bambini di Hameln seguendo il pifferaio magico.

Oggi, attirati dalla leggenda, arrivano ogni anno 20.000 turisti che lasciano milioni di euro nelle casse della città. Gli unici roditori visibili sono quelli delle vetrine dei pasticceri. La vera Hameln è diventata quella della leggenda. Contro i nuovi cannibali, contro i killer del fantastico, contro i terroristi della creatività occorre intervenire, con urgenza. I fantasmi della cultura di massa non riusciranno a sconfiggere i prodotti vivi e vitali della nostra immaginazione. Occorre per questo cercare una possibile conciliazione fra il fare estetico e il fare scientifico, sforzandosi di porre, non in parallelo, ma in attiva interazione, quei due universi apparentemente inconciliabili: quello umanistico e quello scientifico. Un panorama che restituisca la scienza all'immaginazione e l'arte alla ragione. Perché c'è tanta fantasia in una teoria scientifica quanta logica in un'opera d'arte.

Avviandomi alla conclusione vorrei ricordare l’Orlando Furioso  di Ludovico Ariosto, uno dei capolavori assoluti della letteratura occidentale, per rammentare i cinquecento anni della prima edizione .  Ariosto e Boiardo due sommi poeti dell’epica cavalleresca, entrambi reggiani, figure che hanno lasciato una traccia indelebile nell’estetica letteraria, nella storia della poesia. Noti nel mondo, poco frequentati nella terra natìa. Eppure c’è l’evidenza di un genius loci tipicamente reggiano, più ampiamente emiliano, riverberatosi da allora fino a noi nell’opera artistica di tanti moderni cantori del fantastico come Antonio Delfini, Cesare Zavattini, Gianni Celati o Ermanno Cavazzoni.

 

Nel giugno del 2001 Giorgio Celli e Vitaliano Biondi hanno costituito il W.W.F.F. (dove l'effe in più rispetto al famoso W.W.F. sta per "fantastic") che dovrebbe preoccuparsi della sopravvivenza degli animali fantastici. Se più di uno dispera si possa operare una salvezza dei draghi reali, nel presente, almeno si cerchi di mantenere, la presenza di quelli immaginari. Quante volte gli animali reali sono stati sterminati prima nell'immaginario, riducendoli a prodotto di consumo, dimenticando che sono esseri viventi. Salvando gli animali fantastici o reali nell'immaginario, probabilmente, salveremo anche quelli reali nella realtà.

 

"E’ questo l’animale favoloso,

che non esiste. Non veduto mai,

ne amaron le movenze, il collo, il passo:

fino la luce dello sguardo cheto.

Ancora "non era". Ma perchè lo amarono,

divenne……

 

Rainer Maria Rilke

 

 

 

intervento tenuto in Guastalla ( RE)

durante la manifestazione PIANTE E ANIMALI PERDUTI

il 24 e 25 settembre 2016

LE MOLTEPLICI FACCE DEL DISASTRO

Strumenti e misure

http://www00.unibg.it/dati/bacheca/2/73445.pdf

 architetto

Vitaliano Biondi

Officina

di Progettazione

 

 

viale Isonzo, 20

angolo

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