Campagne di Città

 

Metà della popolazione mondiale ormai vive in centri urbani e si stima che entro la metà del secolo più dei due terzi dell'umanità vivrà in un continuum urbano rurale, luoghi ibridi che non sono più urbani ma neppure rurali.” L’intero pianeta si sta trasformando in un’immensa meta città che si fa mondo. La città, che nel Settecento ed ancora nell'Ottocento, racchiusa com'era dalle mura, si ergeva sul livello della campagna e ne era nettamente separata, è divenuta ora un organismo diffuso il cui limite è sempre meno percepibile. Una globalizzazione territoriale che riduce ad unicum un paesaggio fatto di memorie, storie, vissuti, diversità come fosse un territorio di attraversamento senza più soste, senza più segni di identità. Risulta per questo di grande interesse lo studio degli effetti prodotti dalle dinamiche di trasformazione degli spazi periurbani o le sue potenzialità ecologiche inespresse. I territori della periurbanità conservano spesso caratteri di forte naturalità che assumono valore strategico proprio per la loro vicinanza ai tessuti edificati della città. Gilles Clément nel suo saggio “Manifesto del terzo paesaggio” parla appunto delle potenzialità ecologiche espresse dalle friches, i territori residuali (délaissé) e incolti, ormai abbandonati dalle attività dell’uomo, o mai sfruttati ma che presi nel loro insieme sono fondamentali per la conservazione della diversità biologica.“La friche, uno spazio concetto, propone una forma di biodiversità che nasce dalla trascuratezza e dall’abbandono. Sono le aree dismesse dove crescono rovi e sterpaglie, sono spazi diversi per forma, dimensione e statuto, accomunati solo dall'assenza di attività umana, ma che presi nel loro insieme sono fondamentali per la conservazione della diversità biologica. Anche la campagna, quella che circonda le città, è colta sempre più come espansione di una città che così diventa sempre più periferica e con una ruralità diventata urbanizzata. Sono stati per questo coniati termini come disurbanamento  e “rurbanizzazione”, che dovrebbero indurci a ritenere superata la vecchia distinzione  tra città e campagna, tra aree urbane e aree rurali ed utilizzare espressioni ibride come “campagne urbane”. “La città è ovunque; quindi non vi è più città” (Cacciari, 2004). Nascono così paesaggi in cui si vanno delineando nuove ecologie portatrici di proposte inedite di sostenibilità e di nuove forme di spazialità. Le aree urbane sono poi solitamente più calde di alcuni gradi e  per questo le parti coltivate divengono importanti, a loro volta, per abbassare e bilanciare il clima. Tuttavia anche se in anni recenti, l’agricoltura urbana è stata presentata come una «soluzione innovativa», ci si dimentica che i nostri nonni coltivavano i Giardini della Vittoria per integrare le razioni degli anni di guerra e parchi storici come il Common di Bristol erano utilizzati per nutrire le pecore. Nelle città africane e asiatiche la popolazione più povera riesce a procurarsi da vivere, coltivando piccoli angoli di terra, allevando polli e ricorrendo ai saperi appresi dalla campagna. L’agricoltura urbana in realtà è ed è sempre stata parte integrante della città. Nutrire le grandi megalopoli del futuro è una sfida enorme e non è un caso che la FAO spenda grandi risorse in programmi di agricoltura urbana. L’ansia di produrre di più a costi inferiori ha reso però fragile la catena alimentare, esponendola al rischio di contaminazioni e manipolazioni. Non solo: la macchina creata per generare abbondanza e liberarci dal bisogno sta schiacciando i principali depositari della sapienza agricola, i piccoli contadini, che pagano il tributo più alto al potere del mercato globale. Di contro le crisi, a partire da quella ambientale per finire con quella economica, hanno spinto molte persone a recuperare sensazioni e saperi perduti. Nell’agricoltura urbana si vanno delineando così indizi di nuove ecologie tra territorio e società, in parte dipendenti dalla cultura urbana e da quella rurale, ma per molti aspetti portatrici di nuove  proposte di sostenibilità e di nuove forme di spazialità urbana. Teorico di questo nuovo sentire , che con il nome di Agripolia ha l’intento di portare le coltivazioni agricole nei centri urbani,  è Pierre Donadieu autore del saggio “Campagne urbane”. Si tratta di una proposta agriurbanistica che si fonda su cinque principi. Valori sociali intangibili: libertà, uguaglianza dei diritti, solidarietà, democrazia. Glocalismo: globalizzazione e localizzazione regionale delle politiche urbane. Autonomia alimentare di prodotti freschi: per mezzo di agricolture di prossimità. Multifunzionalità dello spazio urbano non costruito. Governance territoriale e partecipazione degli abitanti. Oggi nelle aree cittadine d’Italia, si coltivano quasi 2 milioni di ettari e cresce il sostegno delle amministrazioni comunali al «city farming» riuscendo ad offrire  così un aiuto alle famiglie e sottraendo all’incuria e al degrado i terreni incolti. Gli orti urbani da hobby del fine settimana sono diventate una pratica quotidiana per superare la crisi. A Roma, terra di orti, come testimonia la presenza dell’antica Università degli Ortolani e la mappa del Nolli del 1748 che riporta orti dentro e fuori le mura rimasti fino ai giorni nostri, Zappata Romana  dato vita all’Hortus Urbis un progetto didattico sperimentale di difesa della biodiversità . Conterrà una selezione di piante utilizzate ai tempi dell’antica Roma. Circa settanta le varietà fra quelle utilizzate per usi alimentari, medicinali, ornamentali, selezionate fra quelle citate da Columella, Plinio il Vecchio, Catone, Virgilio e le preziose scoperte degli scavi di Pompei. Sempre a Roma, attraverso il portale di crowdfunding per una progettazione sostenibile, la cooperativa sociale Ora d’Aria, fondata da persone libere e recluse, ha proposto di far produrre alle detenute di Rebibbia una nuova linea di vasi per orticultura e giardinaggio urbano,destinata a tutti quei cittadini che vogliono avere un orto sul proprio balcone o terrazzo. Nell’area metropolitana di Monaco di Baviera, il progetto Agropolis - Agricoltura per la città di domani, sviluppato da un team interdisciplinare di architetti, urbanisti e paesaggisti si propone di introdurre l’agricoltura urbana nella regione metropolitana, promuovendo reti regionali verdi. La sperimentazione verrà condotta nell’area di Freiham (20.000 abitanti futuri) e costituirà materia di  studio per lo sviluppo di futuri processi di trasformazione urbano-rurale. L’urbanizzazione comprenderà strutture e funzioni sia dei processi rurali che di quelli urbani. Assieme a diverse pratiche agricole come la rotazione delle colture, dei prati, dei pascoli,  degli orti, e dei frutteti introdurrà la coltivazione agricola in balconi, case, giardini, parchi e giardini comunali. E’ stato notato che la pratica dell’agricoltura urbana, grazie alla qualità della vita ed al valore ricreativo che offre, attira visitatori e utenti e costituisce, in termini economici, un valore aggiunto per tutta la città. A Monaco, già città sostenibile per le politiche energetiche, verrà aggiunto il marchio di Agropolis, progredendo così sempre di più verso la sostenibilità.

Si chiama UFU, Urban Farm Unit, l’invenzione dell’architetto Damien Chivialle  presente in alcune realizzazioni a Parigi, Zurigo, Berlino e Bruxelle che sfruttando la modalità di coltivazione acquaponica permette di coltivare ortaggi in qualsiasi luogo della città. Si tratta di un container con installata sopra una serra. L'acqua circola all’interno della struttura in una sorta di ciclo chiuso: gli escrementi dei pesci vengono degradati da popolazioni batteriche contenute in uno speciale bacino di depurazione e trasformati in nutrienti per le piante. L’acqua residua della coltivazione torna poi alle vasche di allevamento dove ricomincerà il suo ciclo. Durante il procedimento si produce l’energia necessaria ad alimentare l’UFU recuperando dal bacino di depurazione il metano prodotto dall’azione dei batteri e riutilizzato per alimentare un generatore.

Rivendica modalità altre di utilizzare la città, che vadano oltre quelle usualmente stabilite e lo fa attraverso il libro La Ciudad Jubilada (La Città dei Pensionati), l’architetto Pau Faus.

Si tratta di una ricerca sugli orti urbani che descrive il fenomeno di autogestione ed il contrasto tra le idee degli urbanisti delle municipalità e quelle dei cittadini. Nella periferia di Barcellona, un gruppo di pensionati ha ricavato orti da fazzoletti di terra abbandonati. Ciò che rende questa storia meritevole di essere raccontata non è il fatto che coltivino senza scopo di lucro , regalando tutto ciò che raccolgono , quanto che nonostante il divieto della municipalità,  si siano costruiti i loro orti ai piedi di rotatorie in circonvallazioni, sotto pali dell’alta tensione, a pochi metri dalle rotaie del treno od in margini imprecisi di  terreni bagnati dall’ultimo braccio dei fiumi che delimitano Barcellona .

Nell’ambito del progetto Eu’GoEuropean Urban Gardens Otesha (Il termine otesha è swahili e significa “una ragione per sognare”) si è svolto a Potsdam, in Germania, il primo di una serie di incontri su orti e giardini condivisi in Europa.  La partecipazione di molti paesi ha consentito lo scambio di esperienze tecnico-operative ma anche di analisi degli impatti sociali che questo fenomeno sta producendo un po’ ovunque. Ne è uscito che la motivazione determinante del dedicarsi all’orto è data dalla necessità di fare comunità e di ricercare nuove relazioni di solidarietà e partecipazione. La povertà che stiamo vivendo non è solo economica ma anche di valori e di coscienze. Sono ormai in molti a pensare che il coltivare un orto possa assurgere a simbolo di una lotta contro le multinazionali o gli interessi della speculazione edilizia. La coltivazione dell’ orto permette di ritornare alle proprie radici sentendosi parte di una rete più grande che rifiuta il modello del consumatore passivo impostoci negli ultimi decenni. E’ una nuova sensibilità che si sta diffondendo in tutte le fasce di reddito, sempre più colpite dalla crisi e dal pensiero che il modello di società capitalista a cui siamo sottoposti possa non funzionare. Esiste ormai un vasto movimento che presenta volti diversi: dalle occupazioni degli orti urbani ai Gruppi di Acquisto Solidale, che non solo condivide un’idea diversa di agricoltura, ma anche di tutela dell’ambiente. Un libro recente, Apocalypse Town dell’urbanista Alessandro Coppola, mostra come città americane in fase di deindustrializzazione, da Youngstown a Detroit a certe parti di New York si siano reinventate nell’uso dello spazio urbano, di cui gli orti del Lower East Side di Manhattan sono l’esempio più conosciuto. Vancouver  una delle città più grandi del Canada (620 mila abitanti) è anche conosciuta come la città degli orti urbani. Ospita  infatti circa trenta «fattorie urbane», piccole iniziative che coltivano prodotti alimentari per poi venderli, all’interno dei confini della città. Mentre diminuiscono le fattorie in tutto il Canada, sta crescendo il numero di quelle in città. Di fronte all’invecchiamento degli agricoltori canadesi sta invece emergendo una generazione di contadini urbani, tra i venti e poco più di trenta anni, con nessuna tradizione contadina alle spalle, senza terra e capitali ma con la voglia di sperimentare qualunque coltura e in qualunque posto. Per la maggior parte utilizzano una pluralità di lotti di bassa qualità attraverso accordi con proprietari di terreni che li sostengono in cambio di una parte del raccolto. Le città sono diventate degli incubatori per gli agricoltori urbani che possono contare anche su opportunità addizionali di reddito non agricolo e sostegno sociale.

A Todmorden, un comune dell’Inghiliterra, gli abitanti coltivano i propri ortaggi in ogni luogo pubblico che lo permetta con l’obiettivo di diventare completamente autosufficienti nel giro di pochi anni. Il progetto si chiama Incredible Edible (incredibilmente commestibile) e si prefigge di rendere Todmorden autosufficiente per frutta e verdura entro il 2018. Quel che colpisce di più, è l’armonia con cui il progetto procede, nessuno raccoglie più di quanto gli è necessario e le aiuole sono ovunque anche in luoghi insoliti come davanti alla stazione di polizia, al comune, o addirittura nel cimitero. Incredible Edible è anche un progetto di educazione alimentare , sono infatti attivi diversi corsi e lezioni sull’orticoltura e su come conservare i raccolti. L’iniziativa ha sicuramente fatto notizia ed in Inghilterra sono gia 21 i comuni che stanno iniziando a sperimentare dei progetti di questo tipo. Londra ricca di verde e di parchi, ha voluto lanciare una nuova iniziativa: quella dei “parchi tascabili”:.I ‘Pocket Parks‘. Non più grandi di un campo da tennis  sorgono con l’obiettivo di migliorare alcune aree compromesse dallo sviluppo urbano. Conterranno spazi per far giocare i bambini, zone di relax, attrazioni e vasti angoli per le coltivazioni bio di frutta e verdura e per la raccolta dell’acqua piovana. Nonostante l’inquinamento e il paesaggio urbano  possa sembrarci poco adatto , si sta facendo invece strada la cosiddetta 'apicoltura di città'. Sono davvero tanti i posti dedicati alla produzione di miele: dai balconi di Londra ai grattacieli di New York. C’è anche un miele pregiato prodotto negli alveari posti sui tetti del Grand Palais di Parigi. Dal 2010, quando l’amministrazione di New York ha eliminato il bando all’allevamento delle api da miele si calcola che sui tetti newyorchesi siano state installate oltre quattrocento arnie. Si contano ormai una ventina di club ufficiali di apicoltura e lo scorso settembre 2013 si è anche tenuto il New York City Honey Festival .Proprio il Brooklyn Grange, il più grande giardino pensile di New York ospita la maggiore installazione cittadina di arnie e grazie anche a un programma di crowdfunding è anche stato avviato un progetto per la selezione genetica di api adatte all’ambiente urbano di New York. In Italia, invece, esistono le cosiddette 'città del miele' dove la qualità della vita è misurata proprio dalla presenza delle api, preziose perché contribuiscono a difendere la biodiversità, favorendo l’impollinazione e quindi la sopravvivenza delle numerose specie vegetali che vivono nella città. Per concludere possiamo dire che in una società in cui urbano e rurale sembrano sempre più confondersi, credo sia importante costruire i nuovi ambiti a partire da quegli spazi di natura nei quali l’agricoltura non solo è viva, ma si rinnova . Occorre per questo creare ambiti adatti a soddisfare i bisogni dei cittadini, sia per le produzioni alimentari che le attività di tempo libero perché  possano costituire l’agora di una società multiculturale. Nel riscoprire il Genius Loci, senza idolatrare le radici ed escludere lo straniero, dobbiamo tenere a mente che l’identità si costituisce nella diversità e l’ospitalità è più antica di ogni frontiera. Le campagne urbane ben si prestano ad accogliere l’arrivo di migranti, per inserirli in un grande flusso demografico di ripopolamento delle aree interne e di valorizzazione dell’agricoltura. Succede già nelle campagne d’Emilia  dove le produzioni di parmigiano reggiano sarebbero in crisi senza la presenza di indiani e pachistani. Nelle terre d’Italia, per secoli si è sviluppata un’agricoltura che ha reso ricche le  nostre tante città ed ha consentito il fiorire dell’artigianato, della mercatura, dell’arte. Ancora oggi quelle terre potrebbero accogliere e proteggere in forme nuove, la straordinaria biodiversità agricola del nostro paese .Nell’ attività del fare infine dovremmo riconoscerci come costruttori e assieme manutentori dei territori che abitiamo, dovremo avere come ci ricorda Massimo Venturi Ferriolo un comportamento etico.” Ethos, che in origine, aveva il significato di tana, stalla , luogo che l’uomo, in quanto costruttore, si era costruito per abitarvi. In questa attività incessante nell’ethos, nel luogo dell’abitare, ciascuno ha la propria parte, e questo è il nomos, che per noi significa la legge, la norma, la consuetudine che è diventata legge, ma in origine, per gli antichi greci, era il pascolo, cioè la parte che veniva attribuita a ciascuno nell’ethos per la propria sopravvivenza. Vi è quindi un rapporto di partecipazione, nel significato proprio di avere parte, cioè ogni uomo partecipa del proprio luogo, ha una responsabilità verso esso, che è quella che chiameremo responsabilità etica. Quindi non c’è etica senza luogo, cioè l’etica nasce dal luogo e con il luogo”.

 

 “…vorrei che mi fosse cara la campagna,/l’acqua che scorre nelle valli/e potessi con umiltà/amare le foreste, i fiumi./ Felice chi si avvicina al cuore delle cose/ e calpesta la paura d’ogni paura,/il fato inesorabile,/il frastuono ossessivo di Acheronte”.

 

Publio Virgilio Marone,

Georgiche, libri II, 490-492

 

 

 

Immaginario urbano, tracce mnestiche ,

e giardini per l’anima

 

Abbiamo acquisito nel corso degli anni , una nozione di luogo di tipo antropologico, molto diversa da quella che ha caratterizzato la cultura del passato. La produzione di narrazioni visive ha costruito un sistema talmente esteso e sofisticato da essere profondamente commisto con quello della realtà fino a diventarne omologo. Intorno a questa nozione si può costruire la nuova urbanistica, e soprattutto si possono definire nuovi strumenti.

Per sconfiggere l’omologazione della realtà, che arriva fino all’omologazione del desiderio, occorre attivare le capacità immaginifiche attraverso la nostra soggettività. Se la frontiera fra reale e immaginario è un confine sfumato e se l’immaginario interagisce con il reale, non è cosa assurda ipotizzarne il territorio, che non sarà meno reale di quello reale. Un esempio di questo territorio è Hameln , cittadina diventata famosa grazie alla leggenda del pifferaio magico (Rattenfänger). Posizionata nel cuore delle colline del Weser (Weserbergland), la città storica è caratterizzata da numerosi edifici nello stile del Rinascimento del Weser e da una mirabile architettura a graticcio. Tra le mete da non mancare vi è la via Bungelosenstrasse, che divenne famosa proprio grazie alla leggenda del pifferaio magico. In questa strada non si suona nessun strumento musicale da più di quattrocento anni, di qui passarono, verso il paese della leggenda, i bambini di Hameln seguendo il pifferaio magico. Oggi , attirati dalla leggenda, arrivano ogni anno migliaia di turiati. Gli unici roditori visibili sono quelli delle vetrine dei pasticceri. La vera Hameln è diventata quella della leggenda.

La letteratura può divenire uno strumento utile allo studio della città in quegli ambiti trascurati dalla disciplina urbanistica, tutta tesa all’utilizzo di  indici quantitativi ma poco attenta a quelli qualitativi.

Dai testi letterari possiamo cogliere lo spirito della città , dare corpo ai cittadini che la abitano, con le loro sensazioni, i loro desideri, i loro bisogni.

Il poeta, lo scrittore , legge la città, la interpreta, ne coglie l’estrema essenza. Nelle alte montagne, ai limiti del coltivabile  sono state le narrazioni collettive di paure e leggende a  caratterizzare il paesaggio e a rappresentare una storia collettiva per molto tempo viva.

Per questo diventa importante coniugare la coscienza ecologica assieme alla difesa della identità e della memoria che sono riflesse in ogni paesaggio. La metafora del paesaggio come teatro, suggerita da Eugenio Turri è una lettura che mostra il valore e l'incidenza di ogni antico scenario sull'uomo e sulla propensione a rispecchiarvisi e a sentirlo come proprio . L'uomo si comporta nei confronti del territorio in cui vive come attore che modifica l'ambiente con il suo operare, e come spettatore che  comprende il significato del suo agire.

Nel corso dei secoli l’uomo ha sviluppato  la capacità di costruire il paesaggio - teatro, nel quale si intrecciano cultura e natura. Questa capacità potrà crescere solo con una "educazione a vedere" estesa all'intera società e se  nella stesura dei piani di azione , naturalisti, geografi, storici, artisti, poeti, architetti ed urbanisti coglieranno il paesaggio nelle sue specifiche valenze culturali - memoria, tradizione, leggende, origine dei toponimi ecc. - contro le spartizioni disciplinari

Per questo sarebbe importante tracciare una mappa delle”scene” che hanno fatto da sfondo  ai grandi personaggi del mondo dell'arte, del cinema, della letteratura e della musica. Una mappa dei luoghi che consenta il perpetuarsi di topofilie e di quelle rappresentazioni simboliche che  legano gli abitanti al loro territorio.

Prendendo l'ascensore per Castelletto come non ricordare l'ascensore di Giorgio Caproni e del paradiso inaccessibile?. Così come entrando nella città vecchia attraverso la porta dei Vacca non può non venirci alla mente che quelle antiche mura pare siano state erette in soli otto giorni per proteggere Genova dal Barbarossa.

Ed ancora via del Campo e i portici di Sottoripa, e salita Pollaioli con l'antico Caffè degli Specchi, che ha suggerito dei bellissimi versi a Dino Campana o la Riviera di levante, che ha ispirato note canzoni di De Andrè, come "Bocca di Rosa" alla stazione di Sant'Ilario.

Questi luoghi della memoria, che potremmo chiamare “ Giardini dell’anima”  sono allo stesso tempo uno spazio fisico e uno spazio mentale: al territorio come si presenta ai nostri occhi, si sovrappone infatti uno spazio emozionale analogo a quello in cui si trovarono i vari autori quando produssero le loro opere.

I Giardini dell’ Anima , potranno essere costituiti da spazi fisici , parchi, piazze o piccoli fazzoletti di verde ma anche da spazi mentali dove un gesto poetico, artistico, od una semplice targa ricordi uno scenario, un evento. I Giardini dell’Anima  sono luoghi in cui educare i nostri occhi, a leggere il paesaggio e a coglierne la bellezza ."Guardare il paesaggio non è mai mera contemplazione, ma è un processo altamente selettivo nel quale l'attore raccoglie indicazioni sul modo in cui, nel suo rapporto con il mondo, deve agire per soddisfare i suoi bisogni o interessi." (Charles Morris)

Anche le rovine, gli edifici ormai ridotti a ruderi, tutti gli elementi e gli oggetti che hanno perso la loro utilità possono depositari di quel carattere mito-poietico che l'edificio intatto oggi difficilmente possiede.

Questa caratteristica è dovuta all'emergere di forze immateriali, di suggestioni imprecisabili, o, come sostiene in un suo saggio celebre Simmel: «perché la rovina d'una costruzione mostra che nella distruzione dell'opera sono cresciute altre forze e altre forme, quelle della natura, per cui un'opera dell'uomo viene percepita in ultima analisi come un prodotto naturale»".

Opere che "costituiscono quasi dei «ricettacoli d'immaginario », sorta di accumulatori, capaci poi di propagare la loro «carica simbolica» anche a tutto l'intorno".

Dorfles ritrova questo fenomeno ovunque si manifesti quella che egli definisce trasformazione semantica, immaginando poi che "soltanto nelle rovine, nei relitti di costruzioni ormai restituite alla condizione quasi vegetale di muri sbrecciati ricoperti dall'edera, sia possibile ritrovare il fascino d'un «Immaginario Architettonico».  

I Giardini dell’Anima, allo stesso tempo strumento urbanistico e progetto comunicativo, spazio fisico o solamente mentale,  sono alla fine , depositi immensi dove attingere e riadattare un patrimonio di storie e di miti da rielaborare nell’arte e nella cultura come in  un‘opera sempre aperta.

Dai romantici in poi la cultura moderna ha prescritto all'esperienza estetica di costruire un nuovo universo simbolico capace di rimitizzare sempre di nuovo, l'esperienza umana, una volta che "gli dei hanno abbandonato la terra" (Holderlin). Da allora é proprio dall'esperienza artistica che gli uomini hanno atteso "un dio nuovo" (Nietzsche). Non sappiamo se esso sia giunto, né se dalle arti lo si possa (o debba) ancora ragionevolmente attendere. Ma é certo che i mondi che esse hanno saputo creare restano ancora, per noi, abitabili.

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AGRICOLTURA

È DISEGNARE IL CIELO

 

La cultura scientifica, instauratasi in Occidente dal Seicento in poi e che oggi occupa gran parte del pensiero della destra, della sinistra e del mondo cattolico, non vede nella natura un senso morale ma solo un complesso di leggi, sempre in discussione per scoprirne nuove, la cui decodificazione è finalizzata all'utilità materiale. La natura intesa così solo come materia prima e risorsa per lo sviluppo economico è oggetto di trasformazione per un uso strumentale più o meno breve e la sua destinazione ultima è quella di rifiuto.

 

La coltivazione della terra non è un settore dell'economia ma la più alta possibilità umana di guidare la natura e conoscere le sue leggi, per questo in molte tradizioni il contadino è il lavoratore più vicino a Dio.

L'agricoltura industriale costituisce invece una delle attività più distruttive dei campi e della conoscenza della natura.

La crisi economica attuale fa riemergere l'undicesimo comandamento "Mangerai il pane col sudore della tua fronte" che è fondamento della dignità umana.

Dopo le ansie degli ultimi due secoli e il fallimento di una società dei consumi che ha creato il deserto per le future generazioni, la salvezza dell'umanità è affidata al ritorno dei contadini al vertice della società.

Non è facile, in regime di democrazia dell'immagine, trovare dei politici capaci di anticipare le necessità del loro popolo e ammaestrarlo, perché occorre contraddire i desideri immediati di molta gente a cominciare dai più potenti. Dall’altra parte, si riconoscono compensi agli agricoltori e li si chiama “custodi”. Custodi di cosa? Del museo della campagna? Di un ospizio grande come questa pianura? La terziarizzazione dei contadini

come giardinieri del paesaggio e della biodiversità mi fa impressione. Le varietà tradizionali sono eredità, patrimonio e memoria, così come lo sono le fotografie dei propri vecchi, i saperi di famiglia e la terra di casa: se qualcuno ha bisogno di un compenso per conservare le fotografie dei propri vecchi e per tenere in vita i documenti della propria cultura è meglio che li perda.

Non si conserva il patrimonio varietale se si dissolve il tessuto rurale che lo ha generato e conservato e fatto evolvere: non ha senso piantare semi se si estirpano i contadini.

 

Nel giro di pochi anni in Italia è esplosa la moda della tipicità. Per la ridondanza della comunicazione e la moltiplicazione di iniziative di promozione, un po’ tutto nel campo agricolo e alimentare è diventato tipico; e ora questo aggettivo è generico e povero di significato. La tipicità è divenuta un surrogato della qualità e da sola basta a evocare la

nostalgia per le “buone cose di una volta” e a sollecitare il bisogno di genuinità. Ci sono trasmissioni televisive, riviste e manifestazioni che di questa parola hanno fatto una bandiera e ne hanno abusato fino a vuotarla di significato. Ma non è l’unica parola che comunica con leggerezza la qualità: dopo di lei, in un’ideale classifica delle parole più

abusate intorno ai prodotti, possiamo trovare tradizionale, e poi locale,  genuino, per non parlare di naturale (come, per definizione, un “prodotto” non può essere!). L’uso disattento delle parole legate alle produzioni di qualità può eroderne il senso, sciuparne il significato e disorientare chi sceglie e acquista.

Tipico rinvia a qualità costanti e uniformi, ha a che fare con il “tipo”, cioè il “modello”, e male si adatta ai prodotti locali che, al contrario di quelli industriali, non possono mai avere caratteristiche di forma, di aspetto e di sapore omogenee. I prodotti locali sono particolari, sono legati a un tempo, a un luogo e a una cultura. Non sono mai un “modello”: piuttosto sono unici; in un certo senso, si potrebbe dire che sono interpretazioni di un modello, aderenti in modo specifico a un contesto storico e territoriale.

Con il mutare del contesto (e, di luogo in luogo e di tempo in tempo, il contesto muta incessantemente) mutano i prodotti. Astrarli dal loro contesto e dalla loro variabilità per ricondurli a un modello unico significa eliminare i caratteri di luogo, tempo e relazioni che li rendono specifici e ne fanno un documento; e quando il prodotto-documento

diviene prodotto-merce, non restano che le sole caratteristiche nutrizionali e di gusto.

I prodotti locali sono stagionali e artigianali, caratterizzati da elevata diversità e variabilità, hanno un nome e un sapore localmente noti e condivisi; sono eredità e rappresentano un patrimonio collettivo per le comunità che ne preservano la memoria e ne tramandano la

preparazione; segnano il punto d’incontro di un luogo e di una cultura nel tempo; sono adatti alla vendita diretta, alla filiera breve e al mercato di prossimità.

Ma sono anche frutto di un’agricoltura (anch’essa) locale e ben diversa da quella industriale; un’agricoltura che è fondata sull’azienda familiare, dove il lavoro è prevalentemente svolto dal titolare, dai suoi familiari e conviventi; che si sviluppa su estensioni limitate, con colture diversificate, legate alle stagioni, che contribuiscono a disegnare un paesaggio agrario articolato, caratterizzato dalla ricchezza di colture e di

varietà, dove convivono frutteti e vigneti, cereali e ortaggi, boschi e pascoli; che privilegia le risorse locali e, tra queste, le varietà e le razze tradizionali, riprodotte in autonomia o scambiate in ambito locale.

 

 

Con la moda del tipico, sono fioriti intenditori, esperti, assaggiatori e numerosi altri personaggi di un nuovo intrattenimento che ruota intorno alla scoperta di varietà, prodotti e piatti locali e alimenta un numero crescente di siparietti televisivi, riviste, degustazioni guidate, “laboratori” e soprattutto guide, nelle quali si comunica anche ciò che è buono e ciò che non lo è e come deve o non deve essere fatto.

Ma la consapevolezza di come devono essere fatte le cose in un luogo appartiene alle persone che lo abitano. Sono loro che, insieme, sanno quando le cose sono fatte “come-Dio-comanda”, cioè: per bene; loro che, localmente, approvano ciò che è buono, ciò che è lecito e ciò che non lo è; loro che validano la continuità e legittimano l’innovazione.

I gusti e le opinioni comuni non sono regolati dalle norme scritte, ma corrono tra la gente per notorietà, che è conoscenza e giudizio condiviso, che ha a che fare con ciò che passa di bocca in bocca, e lega il gesto con la sua imitazione. A suo modo, la notorietà svolge una funzione di controllo e sanzione sociale (come il pettegolezzo), definisce e consolida l’appartenenza a un luogo (come la memoria collettiva e l’immaginario sociale); regola l’uso degli aggettivi nel linguaggio comunitario; è motore identitario.

I nomi dei luoghi, il tempo delle semine, la moralità dei comportamenti, il decoro delle strade, l’uso della lingua, le ricette di piatti e prodotti, il gusto locale del vino, li conosce la gente: bisogna chiederli a loro, in quel luogo, non agli esperti di turno.

La ricetta di un prodotto o di un piatto, quella unica, autentica, tipica, da trasferire in un disciplinare è una mistificazione: di quel prodotto o di quel piatto sono vere tutte le ricette che la gente conosce e pratica per consuetudine e tradizione: diverse per ingredienti, dosi e procedimento da un luogo all’altro o, all’interno di una stessa località, da

una famiglia all’altra (e da una donna all’altra). Nessuna ricetta è più autentica di un’altra se, in un luogo, è riconosciuta dai suoi stessi abitanti; proprio come delle molte forme della lingua locale - parlata con parole e sfumature diverse da paese a paese, anche a distanza di pochi.

Quelli che si sforzano di definire un’unica vera ricetta - quella da omologare attraverso un disciplinare o una regola, e da imporre come autentica e originale - compiono un atto di arroganza e incultura, perché concorrono ad annullare le specificità locali, a erodere la diversità dei sapori, a uniformare patrimoni di esperienza, a espropriare le comunità

del diritto di raccontare e giudicare i propri prodotti, le proprie ricette, il proprio vino.

 

Come i prodotti, così l’uso degli spazi e dei materiali, le ragioni del decoro, i colori e le forme in un luogo sono parte del linguaggio locale, espressione di un gusto, di regole e di consuetudini locali: è bene che li decida e li giudichi chi ci vive, purché ci viva davvero. Così è nei paesi e così è per la campagna. Ma questo non è ciò che succede, e sempre più le campagne mostrano segni di una colonizzazione del gusto di chi non

ci vive e non ci lavora. Così oggi un po’ dovunque – frequenti in Umbria e in Toscana – si

incontrano paesi bomboniera, dove tutto è pulito e in ordine e così coerente con il contesto architettonico e ambientale, e dove ogni casa è ristrutturata con attenzione filologica: pietre bene in vista, via le baracche e le lamiere! meglio i coppi, e meglio se sono come quelli di una volta, magari corrosi o macchiati ad arte, meglio ancora se sono

proprio quelli di una volta. Sono presepi per turisti e villeggianti: non ci sono quasi più botteghe, molte sono diventate garage: le poche rimaste vendono prodotti tipici ben presentati, ricordi, vasellame e inutilità da turisti, o sono boutique. Care da matti, ché i pochi del posto comprano altrove. Non c’è biancheria appesa ai fili, né bambini per strada. Non c’è odore di letame nelle vicinanze. In estate scoppiano di cittadini e stranieri che ci vanno quindici giorni a riposare e per quei quindici giorni tengono una casa vuota tutto l’anno. In inverno sono sepolcri: con molti residenti e pochi abitanti.

Poi ci sono i paesi abitati e sono diversi dalle “bomboniere”. A volte la gente colta ci passa e torce il naso e dice che quel balcone di cemento non dovevano permetterlo e che le lamiere sul tetto del magazzino fanno schifo e gli indumenti stesi sopra la strada stanno

male, e chiocciano con sapienza che sul selciato ci volevano le pietre, non l’asfalto.

Come una volta. Esteti compiaciuti e incontinenti, passano, giudicano e ritornano in città, dopo avere affermato cosa è decoroso e cosa è inopportuno o indecente. Però si appagano di chi sta piegato sui campi, e prima di tornare in città acconsentono che il calore della legna è “un’altra cosa”. Proprio come se lo sapessero.

Se è usata, una baracca di legno e lamiera per tenere gli attrezzi è più decorosa di qualunque casa da villeggianti, benché rispettosa, così consapevolmente rispettosa, dei materiali e delle forme originarie. Le ragioni che nascono dai libri, dai banchi dell’università, dai pregiudizi di chi è esterno a un luogo, in quel luogo non hanno alcun valore.

 

Non è facile per nessuno sporcare di terra le parole sull’agricoltura: questo è il tempo della comunicazione, è la civiltà dell’immagine, dove le parole bastano a sé stesse e qualche volta parla di più chi meno sa; così penso a chi predica il “ritorno” alla terra e a quei

cittadini scolarizzati come me che, quando vanno a vivere in campagna, li riconosci facilmente perché sono quelli che fanno la lezione agli altri.

Un po’ moralisti, un po’ millenaristi, a volte teorizzano il “ritorno” alla terra anche se ci vanno a vivere per la prima volta. Parlano con sicurezza di agricoltura biologica, biodinamica, sinergica o del non-fare; parlano di permacoltura, di orti circolari o a spirale; cercano le “antiche” varietà, anche se ancora non hanno provato a zappare un orto; e

appena lo fanno già si sentono contadini.

Va tutto bene. Ognuno fa ciò che può e ciò che sa. E va bene provare a coltivare, e se si riesce a raccogliere qualcosa è meglio. Ma, prima di tutto, bisognerebbe imparare a coltivare il silenzio e, sopratutto, il rispetto e l’ascolto per chi il contadino lo fa davvero, e di

agricoltura deve vivere, anche se i suoi metodi non sono biologici, né sinergici, né olistici, né naturali.

Oggi il naturale risulta sempre “bello”, perchè naturale, mentre l’artificiale è spesso brutto. Per la concezione greca “bello era l’intervento dell’uomo perchè portava perfezione nella natura. L’uomo concepisce il suo intervento come un’azione sacra, allo stesso modo degli dei che avevano trasformato il caos in cosmo.

La città storica naturale si costituiva come opera d'arte essa stessa .

Non per nulla il mito greco faceva nascere dalla musica e dalla poesia la città dell'uomo. Racconta Pausania che Anfione aveva appreso a suonare la cetra da Hermes, e con la musica addormentava le belve al Pari di Orfeo, rendendo docili i massi che si levavano da terra per formare le mura di Tebe.

Quando gli amministratori delle città medioevali imponevano che i residenti si costruissero una casa di notevole costo per acquistare il diritto di residenza, pensavano ad una futura rivalsa contro eventuali reati, da punire mediante l'esproprio di quel fabbricato, ma soprattutto al prestigio che questo ed altri nuovi edifici avrebbero dato alla città stessa.

Nella città moderna la bellezza paesistica cessando di essere una qualità diffusa e, come tale, fruibile in ogni momento da tutte le classi sociali, è diventata una merce rara, di lusso, destinata alla media ed alta borghesia, scaltramente venduta da agenzie turistiche in pacchetti preconfezionati che forniscono il mezzo per raggiungerla.

Come si paga il biglietto per vedere uno spettacolo che si svolge in un luogo riservato, cos“ oggi si va a visitare, nelle aree a ci˜ destinate, le riserve naturali.

Dovremo a questo punto tornare con la memoria alle città medievali dove gli affaristi ed i mercanti, che non erano meno avidi di lucro degli speculatori odierni, solevano spendere una parte dei loro guadagni facendo dono alle loro città di chiese, ospedali e cimiteri.

Non lo facevano perchè fossero più buoni degli affaristi e mercanti di oggi, essendo la natura umana di allora come quella di adesso, e di sempre, lo facevano per salvarsi l'anima in termini secolari: per garantire a se stessi e ai propri discendenti una reputazione di piena rispettabilità.

Di quelle bellezze, che venivano donate alla città, era ragione sufficiente quella che oggi si dice subordinazione dell'economia particolare alla morale universale.

Nella città di Anfione il contemplare ed il godere la bellezza della natura e dell'arte era scopo supremo, e mezzo l'accumular denaro con il commercio.

Quando allora pensiamo alla città opera d'arte ed agli uomini che seppero crearle, possiamo soltanto ammirarle e rimpiangerle.

Alla città di Anfione succede l'odierna città di Prometeo. In questa l'uomo è padrone ormai di energia che gli consentirˆ di signoreggiare una natura da sfruttare fino alla completa sostituzione con una post-natura tecnologica interamente artificiale.

Alla città di Prometeo, affossatrice e non erede della città di Anfione, si deve l'utilitaristica considerazione della bellezza come qualcosa di costituzionalmente frivolo trovando nelle radici calviniste di Beniamino Franklin, motore della massima "il tempo è denaro", un santone del pragmatismo tecno-industriale.

Eppure leggendo la quarta delle lezioni sull'arte tenute da John Ruskin, già un secolo fa aveva capito benissimo che per preservare la salubrità dell'aria, la sanità del cibo, bisognava scendere alle radici, rivendicare come primario il disinteressato godimento estetico del paesaggio (perchè la guarantigia del paesaggio consegna l'integrità della natura), contro il produttivismo che facendo della natura un oggetto di sfruttamento lorda le acque, rende maleodorante l'aria, costringe a cibarsi con alimenti manipolati e malsani.

Un concetto che ai nostri giorni Heidegger ha speculativamente inoltrato scrivendo essere vero abitare quello che salva la terra e non la padroneggia non l'assogetta.

Nessuno ha preservato in questi anni l'identità ambientale italiana, che pure era una delle più preziose al mondo.

Spesso quando si invocano fatti psicologici e motivazioni sfuggenti come sembrano i fenomeni simbolico-rappresentativi per spiegare certi disastrosi interventi nel territorio degli ultimi decenni, si sente rispondere che essi avevano poco peso di fronte all'unica vera urgenza che negli anni della Grande Trasformazione si imponeva: quella di sfuggire alla pochezza e alla miseria contadina, di ricostruire una società ed una economia ormai esaurita.

Ma è necessario ricordare che tutto è rappresentazione ?

Che anche la fuga dei contadini dai campi nasceva da nuove rappresentazioni del mondo, da nuovi progetti di vita e di lavoro, da visioni urbane che entravano nei mondi rurali ?

La Grande Tasformazione è derivata da questa sostituzione rappresentativa, dal progetto di rigenerazione insorto nella mente di tanti rurali come riantropizzazione del mondo che ha avuto il suo germe nell'immaginario della gente.

Che poi anche questo, come tutti i "nuovi mondi" si sia rivelato spesso come un inferno - l'inferno della periferia urbana - fa parte del ricorrente riesame delle cose.

Oggi anche nel più appartato centro d'Italia c'è qualcuno impegnato nella riscoperta del paesaggio, dei miti e dei valori della passata ruralità, della locale testimonianza storica od archeologica.

Tutto questo oggi si impone forse anche come reazione a quel processo di omologazione culturale e a quella cultura televisiva o della carta stagnola che crea simulacri, rappresentazioni di rappresentazioni.

Contro la distruzione in atto delle rappresentazioni simboliche che ci legano al territorio, contro le atopie che ci portano agli smarrimenti spaziali ed immaginativi, contro la distruzione delle topofilie perpetrata dalla mobilità e dalla compenetrazione dei sistemi, il ritrovare un sito od un monumento od un ordine territoriale consacrato, eletto dall'immaginario degli abitanti e dei turisti, significa restituire al paesaggio quella funzione mediatrice fra l'agire ed il rappresentare che può salvare il mondo dalla perdizione nell'anonimia e nella banalizzazione.

 

La globalizzazione porta alla nascita e all'affermarsi di una nuova classe media consumistica mondiale che è insediata principalmente nel Nord del mondo ma che cerca spazi sociali anche nel Sud del pianeta. La mondializzazione porta insomma ad una nuova forma di bipolarismo Nord-Sud, che attraversa tutte le società umane. La globalizzazione diventa proprio il processo attraverso cui questo fenomeno si estende e si allarga all'intero pianeta, cercando di conquistare alle élite internazionali nuove classi sociali". Oggi si impone una radicale revisione del concetto di "lotta per la giustizia": "La sociologia dello sviluppo contemporanea ha sin qui pensato che la metaforica torta potesse crescere all'infinito e che potesse nel tempo essere distribuita fra tutti. Oggi però la torta non cresce più, nel senso che i limiti eco-sistemici del pianeta impongono limiti allo sviluppo. L'espansione del modello attuale di produzione porterebbe all'esplosione degli equilibri planetari, e dunque la priorità oggi diventa la ridistribuzione della ricchezza e non la sua moltiplicazione. La ricchezza che conosciamo è strutturalmente oligarchica, e non può essere democratizzata se non sacrificando la Terra. Ecco perché la "lotta alla povertà" dev'essere riconvertita in "lotta alla ricchezza", perché la povertà non é più combattibile sul piano dell'emancipazione materiale degli esclusi (i limiti allo sviluppo non lo permettono) ma sulla revisione del modello di sviluppo stesso che crea una ricchezza élitaria". "Alleggerire la ricchezza" è dunque la nuova priorità per la giustizia internazionale.

"Ghandi diceva che ”il mondo è abbastanza ricco per soddisfare i bisogni di tutto, ma non lo è per soddisfare l'avidità di ciascuno".

La globalizzazione è come un Giano bifronte. Il secondo lato è il localismo. Chi vede nell'attuale mondializzazione un fenomeno di civilizzazione, il proseguimento dell'occidentalizzazione del mondo non può fare a meno che interessarsi non soltanto alla globalizzazione dei mercati, ma anche agli effetti culturali che questa porta. Come non può non interrogarsi sui rapporti fra culture locali e cultura globale. Qual'è il ruolo della "Tradizione" in una società globalizzata e multiculturale? E' possibile preservare le "identità" locali, sottraendosi al localismo e al particolarismo ? Come costruire un legame fecondo fra le culture locali e culture altre ? Il problema si pone in termini di sopravvivenza delle economie locali di fronte all'economia mondiale.

La globalizzazione trasforma le culture in folklore nel caso migliore o più spesso le distrugge. Certo, è necessario uscire dall'immaginario economico e sviluppista . La mercantilizzazione del mondo fa sparire i limiti. Essa distrugge lo stato-nazione, svuota la politica della sua sostanza, accumula minacce enormi sull'ambiente, corrompe l'etica e distrugge le culture.

Soltanto una rinascita della vita locale, della cultura locale e della economia locale puo' permetterci di evitare sprechi insensati di energia e risorse naturali, e di concepire un futuro sostenibile. Bisogna denunciare l'illusione di una cultura planetaria che sarebbe il sottoprodotto della mondializzazione tecno-economica. Ad un mondo unificato corrisponde l'impero di un "pensiero unico" che tiene il posto della cultura.

Questo economicismo ha ridotto la cultura a folklore e  relegandola  nei musei. Liquidando le culture nel nome di un mondo unico con un pensiero unico, la mondializzazione provoca l'emergenza delle "tribù", dei ripiegamenti, degli etnicismi, e non la coesistenza e il dialogo. Amplificati dai media, questi fenomeni hanno provocato una tale repulsione, senza dubbio legittima, che ne risulta esaltato un universalismo beatificato e tutto d'un pezzo, di essenza esclusivamente occidentale, con la ripetizione magica di slogan vuoti come la democrazia e i diritti del uomo.

Tuttavia, dopo quarant'anni di occidentalizzazione economica del mondo, è ingenuo e in malafede recriminare sui suoi effetti perversi. Ci si è cosi chiusi in un manicheismo sospetto e pericoloso: etnicismo o etnocentrismo, terrorismo identitario o universalismo cannibale.

Siamo al centro di un triangolo i cui tre vertici sono : la sopravvivenza, la resistenza e la dissidenza. Non dobbiamo dimenticare nè privilegiare nessuna di queste tre dimensioni.

Prima di tutto dobbiamo sopravivere. E ovvio, senza ciò nessuna resistenza ne dissidenza sarebbe possibile.. Sopravvivere significa adattarsi al mondo, ma non significa che dobbiamo approvarlo né aiutarlo a funzionare, al di là della necessità. Dobbiamo accettare dei compromessi nell'azione concreta e quotidiana, ma senza accettarli anche nel pensiero. Già questa è una forma di resistenza. La resistenza mentale all'impresa del "lavaggio del cervello" da parte dei media e il dominio devastatore del "pensiero unico".

Se a breve termine la strategia della sopravvivenza è la più importante, a termine medio, è la strategia della resistenza che diviene più importante e, a lungo termine, è quella della dissidenza

 

                                                          

 

Laudato sii mi’ Signore per sora nostra madre terra la quale ce sustenta et ce guverna.

 

COMUNE DI QUATTRO CASTELLA, Reggio Emilia

 

 

MONTEFAVOLO

progetto di ristrutturazione e mitopoiesi urbana di Montecavolo

 

 

Reggio Emilia; Marzo 1990

 

 

 

                        El Desdichado

 

 

                        Io sono il Tenebroso, - Vedovo, - Sconsolato,

                        Principe d'Aquitania dalla Torre abolita:

                        L'unica Stella è morta, - e sul liuto stellato

                        E' impresso il Sole nero della Malinconia.

 

                        Nel buio del Sepolcro, Tu che mi consolasti,

                        A me rendi Posillipo e l'Italico mare,

                        Il fiore prediletto dal cuore desolato,

                        La pergola che intreccia il Pampine alla Rosa.

 

                        Sono Amore o son Febo? ... Lusignano o Birone?

                        Rossa ho ancora la fronte del bacio della Dama;

                        Sognai nella grotta che la Sirena solca ...

 

                        Due volte vincitore traversai l'Acheronte:

                        Modulati sulla lira d'Orfeo

                        Della Santa i Sospiri e della Fata i gridi.

 

 

                                                                                   Gérard de Nerval

 

 

 

 

 

1.    INTRODUZIONE.

 

 

Montecavolo è un paese che, da piccolo nucleo abitato, si è ingigantito negli ultimi 30 anni: migliore qualità della vita, maggiore ricchezza, più ampia informazione e mobilità, si sono espresse con una volontà di trasformazione molto spesso dimentica dei caratteri insediativi tradizionali; anzi quasi sempre contro di essi, forse perché rappresentavano la testimonianza di tanti secoli di povertà e di dimenticanze.

Perdute le coerenze e le gerarchie della civiltà contadina, ad esse si è sostituita l'imitazione inautentica e frammentaria di valori di sviluppo del tutto estranei ed incoerenti, che hanno generato insediamenti di morfologie insediative prive di ogni valore e di ogni coerenza contestuale. Questo salto culturale ha raggiunto, nella morfologia dell'ambiente, una crisi tanto evidente da convincere l'amministrazione comunale a richiedere un parere disciplinare sull'equilibrio ambientale di questa comunità.

Il problema di fondo è come dare risposte adeguate, senza dissipare, inutilmente, quell'equilibrio prodotto nel tempo, lentamente, dalla sedimentazione storica. Nella maggior parte dei casi la risposta si trova nella sistemazione degli spazi aperti, nel miglioramento delle relazioni tra le costruzioni esistenti.

L'approccio a questo modo di operare impone innanzi tutto una notevole capacità d'ascolto, di nuove attenzioni nella individuazione dei microcomponenti strategici: un muro, un albero, una pavimentazione, un argine di terra, le relative modellazioni dei livelli, recinti e materie.

Questi progetti impiegano molto lavoro intellettuale a quantità fisiche apparentemente povere e trascurabili, e spostamenti apparentemente secondari, a casi la cui caratteristica è la non ripetibilità.

E' richiesto quindi uno sforzo creativo del tutto specifico e spregiudicato, anche sul piano delle prassi urbanistiche istituzionali attualmente in atto.

Occorre innanzi tutto riprogettare Montecavolo nell'immaginario, nel sogno, nell'aspettativa dei suoi abitanti. Lo strumento prescelto per questo progetto nuovo sono i P.U.P. (Piani Urbanistici Paralleli).

2.    PIANI URBANISTICI.

 

 

Gli strumenti urbanistici che in gran parte ancora usiamo sono quelli messi a punto più di trent'anni fa; allora si trattava di prevedere e possibilmente controllare uno sviluppo, spesso imprevisto nelle sue dimensioni quantitative e qualitative, di quasi tutte le città italiane.

Uno sviluppo da organizzare per zone, indici, standards per le diverse destinazioni d'uso, classificate separatamente a garanzia di controllo.

In questa logica il territorio concepito come materia prima, come entità priva di figura, viene diviso e specializzato in modo da garantire la più agevole forma di consumo.

L'urbanistica, attraverso gli standards, riproduce la divisione e la specializzazione del territorio, visto come mosaico di funzioni elementari e separate.

Un razionalismo isterico e paradossale ha zonizzato ad angolo retto il territorio, cancellando gli scenari urbani e naturali, trascurandone le valenze pratiche e simboliche.

Anche il paesaggio urbano, egoista e violento, che lo ha prodotto, dovrà progettare il suo cuore poetico. Per questa progettualità occorrono nuovi approcci culturali.

Siamo in un momento critico di passaggio dalla fase dell'espansione a quella del recupero e della riorganizzazione urbana, dove si è complicato il rapporto tra offerta e domanda: mentre in precedenza si ragionava in termini di soddisfacimento di bisogni primari (scuola, casa, lavoro), oggi si ha una situazione molto più variegata di opzioni e di tematiche da soddisfare: la mobilità, il recupero ambientale, il problema del tempo libero ecc.

Il processo che sposta i termini della pianificazione dalla espansione alla trasformazione comporta anche la necessità di nuovi rapporti tra il pubblico ed il privato. Il primo non può più essere solo il soggetto che pianifica, realizza e/o controlla ciò che non compie direttamente; ora deve interpretare i bisogni, regolare i rapporti con i diversi operatori, incentivare e guidare le operazioni dei privati.

Occorrono forse meno vincoli, veti e garanzie, ma più strumenti e rapporti che consentano di utilizzare energie private per raggiungere fini pubblici. A questo livello “politico”, di grandi scelte strategiche e di direzione, dovrebbe seguire un pacchetto sistematico di progetti significativi alle diverse scale, per i diversi settori e con le diverse priorità, fino a comprendere ed esaurire, nel tempo di validità del piano, le tematiche sul tappeto.

Tale momento deve essere molto approfondito, cioè deve definire, oltre ai contenuti del primo, le risorse finanziarie, gli operatori, i tempi, e gli strumenti tecnici per attuarlo.

Il problema fondamentale del prossimo decennio, sarà quello di trasformare le grandi periferie urbane in parti di città, capaci di assolvere la loro funzione urbana, che non può essere certamente ridotta a quella di una sommatoria di appartamenti in cui abitano le famiglie. Bisogna ridisegnare la periferia: considerandola una sorta di quadro incompiuto che deve essere completato per acquisire un senso, perché abbia al suo interno delle figure riconoscibili.

Bisogna completare la città moderna, la quale non è ne bella ne brutta, ma certo non rispondente ai bisogni e ai desideri dei cittadini. Quindi dobbiamo confrontarla coraggiosamente con questi bisogni e desideri; per questo occorre un'attitudine all'ascolto.

Non solo la verifica, ma anche il progetto deve avvenire attraverso l'ascolto, rivolto prioritariamente verso i cittadini, ma anche verso i luoghi. Noi abbiamo acquisito negli ultimi decenni, una nozione di luogo di tipo antropologico, molto diversa da quella che ha caratterizzato la cultura del passato. Intorno a questa nozione si può costruire la nuova urbanistica, e soprattutto si possono definire gli strumenti.

In uno spazio che diventa pieno, un liquido amniotico di informazioni, gli unici territori nei quali è possibile sviluppare ancora la progettazione rimangono i territori dell'immaginario, della pura narrazione.

Daltronde anche la politica e l'economia non fanno che contrapporre allo stato esistente della cose un altro possibile modello frutto della necessità, è vero, che si manifesta però perché il presente risulta inadeguato rispetto all'immaginario collettivo o privato che in quel momento la società può esprimere.

Nuovi consumi e nuovi comportamenti si realizzano nel momento in cui qualcuno è capace di immaginarli; nuovi linguaggi e nuovi prodotti entrano in circolazione grazie all'invenzione di chi li realizza.

E' stato scritto da più parti che questa è la società dello spettacolo e dei servizi; in effetti, la produzione di narrazioni visive ha costruito un sistema talmente esteso e sofisticato da essere profondamente commista con quello della realtà fino a diventare omologo.

Pensiamo al rapporto Miami-“Miami Vice”, il telefilm poliziesco della N.B.C., dove la vita ha finito per imitare la televisione.

Tre anni fa il quotidiano Miami Herald aveva proclamato: «E' lo show che ha ridefinito l'immagine della città».

Fin dal 1984 la serie ha riaffermato ed esagerato quello che già si sapeva di Miami: che era un mondo di cow-boy della cocaina e di milionari della marijuana che si uccidono fra loro.

Un giornalista del New York Time dopo un viaggio fatto per confrontare le due Miami (quella reale e quella televisiva), è riuscito a convincere milioni di americani che esiste una città che non si vedeva sui giornali. Una città di giovani abbronzati accanto ai soliti pensionati in cerca di sole; una città con un suo particolare e distintivo stile architettonico, ed una sensuale bellezza sub-tropicale.

Alla fine se ne sono convinti anche gli abitanti di Miami, e la città ha cominciato a cambiare come per confermare le aspettative create dallo show televisivo.

E non solo nelle occasioni sociali, intasata da uomini con T-shirt pastello sotto giacche simil-Armani.

Le immagini di “Miami Vice”, sfondi preferiti le case Art Deco o Post-Art Deco, dipinte in rosa, verde, azzurro hanno anche influenzato definitivamente l'architettura della città: i nuovi complessi residenziali, i nuovi palazzi per uffici vengono ormai tutti costruiti in stile Art Deco, rosa, verdi, azzurri. La roccaforte storica dello stile, sfondo delle più classiche riprese di Miami Vice, il primo fatiscente quartiere di South Beach, è stata ristrutturata, invasa da yuppies,  negozi e caffè, ed è diventato una zona di gran moda.

Il progetto di architettura non è però un atto destinato a cambiare la realtà, indirizzandola verso un orizzonte di ordine e di logica; il progetto è piuttosto un atto inventivo che costruisce qualcosa che si aggiunge alla realtà esistente, aumentandone lo spessore e moltiplicando le possibili scelte, coinvolgendo l'utente in una nuova narrazione ambientale.

Diciamo paradossalmente che il progetto è come un set cinematografico o televisivo, nel quale si realizza una nuova scena, un ambiente che prima non esisteva, e che estende quindi di molto il campo del reale.

Lo stile, i materiali, i colori, i profumi di un luogo progettato realizzano una scena dentro la quale è possibile muoversi; ma questo ha senso ed è identificabile a condizione che esso sia diverso o alternativo ai luoghi circostanti il contesto.

Ecco allora che il progettista deve riuscire a scaricare sul luogo o sul prodotto una forte carica di identità, usando gli strumenti dello stile (rigoroso o fantastico) per ottenere la fiction, cioè l'effetto straniante del contesto, perché più questa narrazione è efficace e sofisticata, più esso ha la capacità di trasferire l'utente in un mondo diverso da quello già esistente.

E il mondo esistente, a sua volta, è costituito da tanti territori, già immaginati nella storia. Così facendo, il progetto diventa un atto costruttivo, reale e fisico, ma al tempo stesso metafora di se stesso.

Nel senso che esso si autorappresenta, esibisce la propria logica particolare, occupa un luogo attraverso una sceneggiatura che rimanda alla narrazione di un nuovo e originale codice espressivo. Tutte le funzioni in esso contenute, tutti i servizi e tutte le tecnologie, devono in qualche maniera riscontrarsi, per trovare in quel luogo una nuova identità e rigenerarsi.

Nella Metropoli Ibrida cambiano quindi alcune gerarchie tradizionali, e la nostra ottica deve essere rivista, insieme agli strumenti di intervento.

Le scelte particolari e generali sono più di natura culturale che logica, più intuitiva che razionale.

Il lavoro che qui presentiamo è una proposta per una nuova normativa di tutela del territorio.

 

 

 

 

3.    P.U.P.: PIANI URBANISTICI PARALLELI.

 

 

I P.U.P. realizzano i desideri immaginari della gente.

Questi Piani sono detti paralleli perché affiancano gli strumenti urbanistici vigenti e diventeranno reali solo se desiderati.

Per sconfiggere l'omologazione della realtà, che arriva fino all'omologazione del desiderio, occorre attivare le capacità immaginifiche attraverso la nostra soggettività, la frontiera tra reale ed immaginario è un confine sfumato. Se allora l'immaginario interagisce con il reale, non è cosa assurda ipotizzarne il territorio, che non sarà meno reale di quello reale.

Un esempio di questo territorio è la Bungelosen-Strasse di Hamelin; in questa strada non si suona nessuno strumento musicale da 400 anni; di qui passarono, verso il paese della leggenda, i bambini di Hamelin seguendo il pifferaio magico.

Oggi, attirati dalla leggenda, arrivano ogni anno 20.000 turisti che lasciano più di tre miliardi di lire nelle casse della città. Gli unici roditori visibili sono quelli delle vetrine dei pasticceri. La vera Hamelin è diventata quella della leggenda.

I nuovi scenari urbani e naturali dovranno essere svincolati da logiche funzionalistiche, esattamente come avveniva in passato.

I P.U.P. saranno al tempo stesso strumenti di intervento territoriale, e progetti di comunicazione degli interventi stessi. In questa logica essi utilizzeranno i mass-media come possibili creatori di nuove mitologie.

Un'urbanistica parallela ordinerà vie, piazze, edifici, giardini paralleli, popolandoli di una flora e fauna parallela.

Sarà come il rimedio trovato da José Arcadio Buendìa in Macondo (il paese che G. G. Marquéz crea per i suoi “Cent'anni di solitudine”), attaccando dappertutto dei cartelli dove scrive dapprima i nomi delle cose, poi a che cosa servono. Infatti dolci animaletti di caramello avevano provocato all'improvviso un'epidemia tra gli abitanti aprendo larghi vuoti nella loro memoria, così che, via via, avevano dimenticato i nomi delle cose.

Di fronte al progredire dell'oblio, l'indomito inventore non si arrende e prepara una macchina della memoria: una specie di dizionario girevole, « ... che un individuo situato al centro potesse manovrare con una manovella ... », così da far passare in poche ore sotto gli occhi degli utenti tutte le nozioni necessarie alla vita. Tutto dedito a questa sua impresa fra linguistica ed enciclopedia, José Arcadio Buendìa ha già preparato circa quattordicimila schede quando dai paesi della morte torna a Macondo Melquìades, lo zingaro un po' ingegnere ed un po' alchimista, che gli fa bere un flacone e, quasi novello Astolfo, gli fa recuperare la memoria.

L'oblio è dunque potente; contro di esso, lo si capisce bene, è debole la barriera della scrittura, è destinata a fallire anche la macchina che dovrebbe moltiplicarne la capacità di fissare la memoria, di catturarla in modo duraturo. L'intervento risolutore, infatti, sarà quello dello zingaro-mago, affascinato di nuovi risultati della tecnica ma, soprattutto, capace di giocare col tempo perché è tornato dai paesi della morte; un simbolo, dunque, dello scrittore stesso, capace di conservare la memoria ed insieme, avrebbe detto ironicamente l'Ariosto, di dipingere il futuro.

Allo stesso modo di José Arcadio i P.U.P. evocheranno personaggi e situazioni delle fiabe in una serie di giardini, monumenti, decorazioni sui muri delle case,ecc., animali di pietra, figure geometriche, frammenti di architetture, testimoni di un passato reale o immaginario e che, a seconda delle sequenze narrative, potranno dare forma a racconti diversi.

Al percorso reale dunque si sovrappone allora un percorso fantastico che gioca come scommessa contro l'apparente impossibilità del quotidiano, dell'amministrare, del progettare e del costruire la città contemporanea mantenendo margini di significato e spazio per la fantasia e per l'immaginazione.

Fra gli elaborati di progetto dei P.U.P. potrebbe essere presente un libro ed un tavoliere di gioco, riproducente schematicamente le vie del paese.

Potrebbe essere un gioco di ruolo (Role-Playning Games), ideato con l'aiuto di uno scrittore (Piumini, Pederali, Celli) e di un creatore di giochi (Donadoni, Cecchini), avente come sfondo quello ariostesco dell'Orlando Furioso. Potrebbe essere giocato il prossimo 8 settembre, giorno della nascita di Ludovico Ariosto, iniziatore assieme al conterraneo Matteo Maria Boiardo, del genere fantastico e vero Genius Loci di queste terre.

Il “gioco di ruolo” è un'originale combinazione tra i piaceri del racconto e della recitazione: sotto la guida del Master (una sorta di arbitro-guida che coordina le mosse dei vari partecipanti nel rispetto delle regole fissate nel manuale, ogni concorrente interpreta il ruolo di un determinato personaggio, assumendone mentalità, poteri e punti deboli. Lo scenario - e quindi l'andamento della partita, che può protrarsi quasi indefinitivamente - varia da gioco a gioco.

Come il gioco dell'Oca suggerisce l'idea di una corsa su una spirale di vita o di morte (col Pozzo, la Prigione, l'Osteria, il Ponte e la Morte in persona). Nel nostro caso, come i D & D, potrà suggerisce l'idea di un viaggio da cavalieri erranti in un bosco ariostesco, una serie di battaglie e duelli, prove, giudizi di Dio, ordalie in un mondo di volte in volte nebbioso e nemico, favoloso e favorevole, popolato di presenze buone e cattive, vive e «non morte» di eroi e di mostri.

 

 

      3.1.  Che ruolo giocherò'?

 

Pensate: siete in un altro luogo, in un altro tempo. Il mondo in cui vivete è molto simile a come era il nostro, molti secoli fa, con castelli e cavalieri, ma senza scienza e tecnica: niente elettricità, nessun tipo di comfort moderno.

Pensate: i Draghi esistono realmente! E con essi i Licantropi. Mostri di ogni genere abitano le caverne e le antiche rovine. E la magia?

Beh ...... funziona!

Pensate: siete un forte eroe, un combattente famoso, ma povero. Giorno dopo giorno esplorate l'ignoto, alla ricerca di tesori e mostri, e più ne trovate e più crescono la vostra potenza e la vostra fama.

Per partecipare all'avventura avete bisogno di un equipaggiamento. State portando uno zaino ed altri oggetti, molto simili a quelli che portereste in campeggio. Tra questi, assieme al cibo e all'acqua, troviamo della corda, una lanterna, e così via,; per ora presumiamo che abbiate tutto quanto vi serve per sopravvivere in terre selvagge ed inospitali. Conoscendo i mostri che le popolano, avete indubbiamente bisogno di protezione! Per questo indossate un'armatura fatta di anelli di ferro (la “cotta di maglia”) ed un elmo. Inoltre avete una bella spada e un pugnale infilato nello stivale (per ogni evenienza).Infine, siete in grado di usare efficacemente tutto il vostro equipaggiamento.

Se volete potete battezzare il vostro guerriero dandogli un nome. E non ha nessuna importanza se lo preferite maschio o femmina.

Tutto pronto? Andiamo!

 

 

Le prime due stazioni del gioco potrebbero essere piazza Matteotti e il giardino di piazza I° Marzo che rappresentano, rispettivamente, la battaglia e la strega.

Alla prima si allude con il disegno della pavimentazione di Piazza Matteotti, riproducendo una scacchiera di Alquerque.

Alla seconda invece è dedicato un giardino di erbe velenose.

Il progetto di ristrutturazione generale della frazione di Montecavolo, e di piazza I° Marzo, in corso di studio, ha però evidenziato che, prioritaria per il paese, è la sistemazione di queste due piazze del paese, e non potrà essere restituito in tempi brevi.

Su questa si affacciano le due propaggini del centro storico ora separate da una strada e da un parcheggio.

Prioritaria è anche la necessità, per Montecavolo, di riconoscersi in un luogo; piazza Matteotti è certamente il centro delle attività economiche del paese ma, ridotta com'è a parcheggio, non può certamente rappresentarne il cuore poetico.

L'idea della piazza ha coinciso nella storia con l'idea stessa della città. Sia che si guardi una raccolta iconografica di dipinti o stampe antiche, sia che si sfogli un catalogo di cartoline, le piazze storiche e qualche rara piazza moderna restano il più immediato riferimento comune per riconoscere l'identità di una città.

Diceva Ernesto Rogers che il centro storico è il «cuore della città». Potremmo aggiungere, oggi, che la grande città ha molti cuori o centri di riferimento, e che questi sono quasi tutti nelle piazze. Infatti, come hanno dimostrato da tempo gli studi della scuola di Chicago, una grande città è composta di tante città minori, ognuna con un suo cuore particolare anche nella fascia intermedia e nelle periferie.

Si può considerare la città come la massima emettitrice di messaggi e di simboli; essa supera in intensità il libro, il quadro e persino le stesse radio e televisione. Infatti, mentre gli altri emettitori di messaggi e simboli sono discontinui e interrompibili, la città trasmette i suoi simboli e segnali ininterrottamente per così dire «in diretta», per lunghissimi periodi e, spesso, per la vita intera di una persona. Fra tutta la folla innumerevole di «mass-media» urbani,uno certamente emerge per importanza: quello rappresentato dalle piazze. Tutti sanno che, nel dare informazioni stradali, si fa quasi sempre riferimento ad una piazza da raggiungere o sorpassare o da cui partire, per trovare, poi, una via specifica. Dagli studi di Kevin Lynch e di altri risulta che nessuno, pur passando l'intera esistenza in una città, è in grado di ricordare i numerosi edifici ed elementi di cui è composto anche soltanto un corso ben noto, ma sa sempre descrivere con sufficiente attendibilità una piazza. Dunque le piazze sono centri focali d'attenzione e punti essenziali d'orientamento e di riferimento per i cittadini.

Di qui, l'importanza di restituire alle piazze le loro funzioni, molto rilevanti per la vita associata.

 

 

 

 

4.    IL PROGETTO.

 

 

Un primo stralcio del progetto generale sinteticamente propone:

 

1)    il recupero a piazza per i pedoni dell'attuale piazza Matteotti, ora
            ridotta a semplice parcheggio;

2)    ricerca di nuovi parcheggi per le automobili:

            a     -     ampliando e ridisegnando la viabilità di penetrazione alle
                        abitazioni dietro piazza I° Marzo;

            b     -     attrezzando a parcheggio pubblico le zone annesse al bar
                        Monia di via Togliatti;

            c     -     creando una nuova fascia di parcheggi a ridosso dell'edificio
                        che ospita la cooperativa di generi alimentari.

3)    Creazione di una zona con velocità ridotta nel quadrivio di piazza
            I° Marzo e piazza Matteotti, utilizzando dossi dissuasori di
            velocità opportunamente segnalati;

4)    eliminazione di marciapiedi quali barriere architettoniche;

5)    diversa illuminazione di piazza I° Marzo e piazza Matteotti;

6)    proposta di creazione di portici di protezione alle intemperie e
            come elemento ordinatore ed urbano;

7)    pitturazione degli edifici che si affacciano su piazza Matteotti con
            “trompe-l'œil”, cornici e fasce decorate;

8)    rivitalizzazione del centro storico attraverso strumenti quali un
            Piano Particolareggiato che renda possibile un loro recupero e
            vitalizzazione;

9)    risistemazione della zona a giardino;

10)   manifestazioni culturali;

11)   progetto di comunicazione.

 

Fino ai primi anni quaranta, gli edifici che si affacciavano sulle piazze avevano, al piano terra, bar, caffè, ristoranti anche con tavolini all'aperto, e negozi con esposizioni vivaci che si prolungavano festosamente sui marciapiedi. Con il processo accelerato della motorizzazione, avvenuto nei decenni successivi, i perimetri delle aree stradali delle piazze sono stati destinati a stazioni di taxi, fermate dei mezzi pubblici, parcheggi. Nella maggior parte dei casi, il traffico lambisce il marciapiede che contorna le piazze, correndo immediatamente a ridosso degli edifici. Si è così formata una “cortina” di automezzi fra il centro delle piazze e gli edifici affacciati sulle piazze stesse.

Qualsiasi piazza, di tutto il mondo industrializzato, non è più agorà, cioè un luogo di incontro, di discussione e di partecipazione alla vita associata. Le piazze, da luoghi di frequentazione comunitaria, sono diventate nodi di traffico e luoghi di rapidissimi, anonimi e nevrotici consumi di oggetti o di danaro. La subordinazione delle piazze ai trasporti e alla vendita è avvenuta a completo sacrificio del “valore urbano” individuale e sociale delle piazze stesse. Questo fatto ha gradualmente scoraggiato la presenza di bar, caffè, ristoranti dove gli utenti si sono trovati in situazione di grave disagio per la rumorosità e l'inquinamento atmosferico particolarmente pesante. Anche dove le piazze hanno un portico, la presenza intensissima del traffico ha fatto introvertire in gran parte i luoghi a piano terreno, un tempo aperti intensamente verso l'esterno, e le attività si sono rifugiate e chiuse all'interno.

Le piazze attuali sono delle “macchine di traffico”, dove i rapporti umani ed interpersonali sono del tutto impossibili. Ritessere questi legami e far rientrare i cittadini nelle loro piazze è l'obbiettivo di fondo del nostro progetto.

Difronte ai provvedimenti possibili si valuta spesso che quello prioritario e decisivo sia di rendere le piazze esclusivamente pedonali. Il problema è più complesso: occorre rivitalizzare il contesto della piazza e, soprattutto, i locali a piano terra. Per far questo non sono sufficienti i provvedimenti pubblici, occorre anche coinvolgere i privati.

Nel nostro caso sarebbe necessario infatti effettuare un accordo con la banca e i negozi perché accettino di trasformare le loro deprimenti grate anti-furto, e saracinesche metalliche, in vetrine perfettamente protette e sicure.La banca potrebbe ospitare esposizioni periodiche e rotanti di quadri, fotografie, oggetti d'arte, itinerari culturali, documenti storici, pezzi archeologici, ecc., tali da poter interessare i passanti. D'altra parte questi provvedimenti potrebbero essere di utilità anche per la banca stessa perché darebbe di sè un'immagine migliore .Dovrebbero anche essere incentivate destinazioni d'uso dei negozi e vani prospicienti sulla piazza che favoriscano la vita associata.

Potremo, poi, ridisegnare la piazza attraverso la ristrutturazione e la colorazione delle facciate; la sostituzione di insegne antiestetiche con altre curate graficamente nella forma ed organiche al tutto; la soppressione o quasi di tutte le pubblicità; il rinnovamento delle parti a verde; delle pavimentazioni; dell'illuminazione; della segnaletica stradale; delle panchine e di altri elementi di arredo urbano; delle fontane, ecc.

Ora piazza Matteotti è solo uno spazio negativo rispetto alla costruzione verticale, necessario per parcheggiare le automobili.

Eppure nei momenti della festa, questo spazio riacquista una centralità nella vita urbana rivelandosi il polo più interessante del paese.

 

 

      4.1.  Spazio proteiforme.

 

Abbiamo allora pensato la piazza come spazio proteiforme, che avesse nelle metamorfosi il suo aspetto peculiare.

Uno spazio che potrebbe ispirarsi, come polivalenza, al “transformer”, “gadget” solitamente nelle forme di minuscolo Mazinga al quale, disarticolando e staccando gli arti ed accessori guerreschi, è possibile restituire completamente una nuova identità.

Per analogia, ciò significa proporre uno spazio come pista di atterraggio che, nello stesso atteggiamento di azzeramento -partenze ed arrivo- sia attrezzato per il verificarsi di eventi individuali e collettivi.

Spazio, dunque, plasmato come piazza ma disponibile a virare verso nuovi scenari, nei quali le installazioni e gli apparati della festa avranno dignità di veri arredi.

Il disegno della pavimentazione della piazza ricalca il tavoliere dell'Alquerque, dove le linee verticali, orizzontali e diagonali e i nodi, posti nelle loro intersezioni, sono cordoli di marmo bianco di Carrara. La parte restante della pavimentazione è in porfido in cubetti, bordato da larghe fasce in pietra di Luserna.

Il gioco dell'Alquerque fu introdotto in Spagna dagli Arabi, che lo chiamarono “El-quirkat”. Se ne parla in un manoscritto arabo del X secolo, “Kitab al-Aghani”, ed è successivamente descritto in un “Libro dei Giochi” scritto durante il regno di Alfonso di Castiglia (1251 - 1282).

Il gioco tuttavia ha origini più antiche, risale addirittura al XIV secolo a. C., e forse è più antico ancora, dato che un esemplare di schema per quadruplo Alquerque è stato trovato inciso sulle pietre di copertura del tempio di Kurna, a Tebe, sulla sponda orientale del Nilo, la cui costruzione fu iniziata da Ramsete I (1400 - 1366 a. C.) e completata da Seti I (1366 - 1333 a. C.).

Il tavoliere quadrato dell'Alquerque può essere usato per molti altri giochi di battaglia che si sono venuti sviluppando secondo le regole simili in varie parti del mondo, come ad esempio lo “Zamma”.

Non ci sono pervenute le regole usate dagli Egizi, ma conosciamo quelle usate in Spagna. L'Alquerque è anche una forma primitiva di Dama. Nel “Libro dei Giochi” di re Alfonso viene descritto come un gioco «giocato con la mente».

 

 

      4.2.  Schema del gioco

 

Numero dei giocatori: 2.

Materiale di gioco: 12 pedine per ciascuno.

Scopo del gioco: Catturare o immobilizzare tutte le pedine dell'avversario.

Origine: Medio Oriente, prima del 1400 a. C.

Regole del gioco:

1)          All'inizio del gioco ciascun giocatore sistema le proprie 12 pedine secondo la disposizione
            indicata dalla figura.

2)          Una pedina può muovere da un punto qualsiasi ad un altro punto adiacente,
            purché vuoto, seguendo il segmento di raccordo.

3)          Se il punto adiacente a una pedina è occupato da una pedina nemica, e se il punto
            successivo, in linea retta, è vuoto, la prima pedina potrà fare un salto breve sopra la pedina
            nemica, che sarà così catturata e tolta dalla scacchiera.

4)          Se dopo il primo salto c'è un'altra pedina nemica in identica situazione, la stessa pedina
            potrà di nuovo saltare, in linea retta o in altra direzione, e catturare anche quella. Ad ogni
            turno quindi si possono fare due o più catture.

5)          La cattura è obbligatoria, se una pedina non la esegue quando capita l'occasione, verrà
            soffiata e tolta dal gioco.

6)          Il gioco termina quando uno dei due giocatori ha catturato tutte le pedine per primo.

5.    LIMITAZIONE DELLA VELOCITA'

 

 

La strategia proponibile per il centro del paese (che può divenire modello esportabile in altre aree con le medesime problematiche), si basa sugli orientamenti e sulle pratiche ormai largamente sperimentate e collaudate in numerosi paesi europei quali la Germania, l'Olanda e la Svizzera.

In contesti urbani come il nostro, caratterizzati da alte densità edilizie, nei quali sono esauriti gli spazi liberi, gli interventi diffusi sulla rete viaria (nel senso di un recupero di vie e piazze ad un uso misto e polivalente attraverso tecniche di moderazione e controllo della circolazione), sono in sostanza i soli a consentire una reale riqualificazione dell'ambiente.

Il principio base a cui si ispira questa nuova generazione di spazi pubblici, è quello di tentare un recupero urbanistico delle strade, con una ridistribuzione degli spazi, a vantaggio di tutte le varie funzioni urbane (traffico, ma anche residenza, commercio, gioco,ecc.).

Ulteriori misure di moderazione della circolazione prevedono poi la diminuzione diffusa della velocità (30 Km orari) e la sistemazione accurata degli spazi stradali, in modo da garantirne la polifunzionalità (eliminazione dei marciapiedi, massiccia presenza del verde e dell'arredo urbano, sistemazione della sosta veicolare in modo da obbligare i conducenti ad una condotta di guida moderata).

Una guida moderata (30 Km/h) viene suggerita dalla presenza di appositi dossi segnalati da lampeggiatori e dalle pavimentazioni in ciotoli del tratto stradale antecedente la piazza

 

 

 

6.    ELIMINAZIONE DELLE BARRIERE ARCHITETTONICHE.

 

 

Pensando ad una riqualificazione dell'ambiente, viene in mente la realizzazione di misure che consentano l'utilizzo delle attrezzature degli spazi, da parte anche della popolazione indifesa (bambini, portatori di handicap, anziani).

Il principio delle aree urbane idoneizzate, da estendere gradualmente a tutto il paese (ma anche a tutto il territorio, si può intendere come un ulteriore affinamento della più affermata concezione della eliminazione delle barriere architettoniche, intese come il complesso di ostacoli che si ergono fra certi gruppi svantaggiati della popolazione, e l'agevole e sicura fruizione dello spazio costruito ed attrezzato.

Si impone, a tal fine, un capovolgimento del criterio di adattamento forzato dell'uomo alle strutture, alle rifiniture, all'arredo dell'ambiente, imposti quasi sempre, finora, in base a discutibili metodi di omologazione e standardizzazione di individui in piena efficienza fisica, psichica e sensoriale.

I pedoni e i ciclisti anche senza marciapiedi saranno protetti da fittoni e palle in graniglia di marmo.

 

 

 

 

7.    ILLUMINAZIONE.

 

 

      7.1. Suggestione scenica della luce.

 

Di notte la luce disegna e trasforma luoghi e architetture.

La sua qualità non è una questione semplicemente tecnica, ma anche questione estetica ed architettonica, così come la percezione non si limita al “vederci”, ma a memorizzare, fantasticare, modificare soggettivamente l'immagine del mondo visibile.

Occorre allora una sceneggiatura della città di notte, un esercizio artistico che, con la scrittura di luci al tungsteno, al neon, con rilievi, profondità, voragini buie, studi, contrasti, ritagli di volumi urbani, rendendoli “cinematografici”, manipolandoli fino ad ottenere il massimo d'intensità scenografica.

Il livello di illuminazione proposto è di 14 lux per l'incrocio di piazza I° Marzo e di 28 lux per piazza Matteotti.

I corpi illuminanti sono costituiti da fari EGEO della ditta Castaldi con lampade agli ioduri metallici e fluorescenti.

 

 

 

 

8.    PORTICI.

 

 

I bordi delle strade, un tempo occupate dai marciapiedi potrebbero, per una larghezza di 3 mt. circa e, a seconda dei casi, essere occupate da portici. Ai frontisti  verrebbe concessa l'autorizzazione ad ampliare l'abitazione di mt. 3, per tutta l'altezza del fronte, in cambio del ridisegno della facciata e della copertura a portico del percorso pedonale.

I portici costituirebbero vie riparate dagli agenti atmosferici (sole, pioggia, vento o neve) e se estesi all'intera piazza diventerebbero importante elemento di ordine e caratterizzazione.

 

 

 

9.    COSMESI URBANA.

 

 

I nuovi edifici che prospettano sulla piazza sono concepiti più per realtà isolate e male si prestano a proporsi come quinta urbana.

Si tratta allora di farli partecipi della stessa scena urbana, oppure renderli più mimetici.

Le tecniche a cui ricorrere nel primo caso potrebbero essere il decoro e il trompe-l'œil, nel secondo, invece, una monocromia generale nel tinteggio da applicare a tutti gli edifici della piazza.

 

 

 

10.   L'ORTO DELLE MALERBE DI GABRYINA

 

 

A Gabryina, strega reggiana del XIV sec. è intitolato un giardino di piante velenose.

Si tratta di uno spazio quadrato lambito a Sud ed a Ovest dal pedonale, e bordato ad Est e a Nord da un muro ad un grigliato ligneo. Questa barriera di 3 mt. di altezza funziona come quinta che nasconde il retrostante parcheggio.

L'orto è quadripartito in parti uguali da un pedonale a forma di croce.

Dove i due vialetti pedonali si incrociano (al centro della croce) è tracciato sul pavimento un cerchio magico.

Al centro di questo ogni anno verrà eretto uno spaventapasseri commissionato ad un noto artista.

Il piedistallo che lo regge è un cilindro cavo in acciaio che riflette un anamorfo inciso nel basamento.

 

 

Nei dialetti della regione emiliano-romagnola troviamo che oggigiorno fa ormai parte del linguaggio corrente il termine spaventapasseri, seppur dialettizzato nella pronuncia (come il modenese spavéntapasser), chiaro indizio da un lato della progressiva scomparsa dell'antico linguaggio vernacolo sostituito sempre più dalla terminologia italiana anche se mal pronunciata e, dall'altro, della completa memoria della originaria, funzione dell'oggetto inteso ormai soltanto come un fantoccio adibito a deterrente per gli uccelli; ma in passato, quando ancora le antiche usanze contadine conservavano un sapore concreto e sacrale nella vita quotidiana, lo spaventapasseri era noto con ben altri nomi. Si chiamava spintàc nel ravennate e nel forlivese, spauràz, sparavìri, spuràc nel bolognese, e nel modenese era detto fantòz o spàurazz, nel reggiano fantòz, fantoun da canavèr, spavèntaàj, e nel parmense fantòzz, spauräzz.

Fra tutte queste voci si ricava agevolmente come il principio lessicale fosse duplice: una forma definizione originaria dalla definizione dell'aspetto esteriore dell'oggetto, il fantoccio, e l'altra era esplicativa della funzione di spaventare ma in nessun caso si accennava al compito di spaventare uccelli, analogamente quanto si registra per le voci toscane spaventacchio e spauracchio già ricordate, per il catalano antico espantajo e per il francese corrente epouvatail, che però risale almeno al XII secolo.

Si tratta ora di definire esattamente il campo semantico del termine spaventare comune a tutte queste voci, se cioè l'azione era diretta soltanto ai volatili anche senza essere dichiarato nel termine, come invece accade nel contemporaneo spaventapasseri, oppure diretta anche agli uomini come tenderebbe a suggerire la funzione che abbiamo vista propria dell'antico simulacro romano.

Precise indicazioni di lettura le abbiamo per il toscano spauracchio, che designa anche un essere demoniaco invocato per far paura oppure addirittura la «moglie del diavolo» e per il catalano antico espantajo che indica qualsiasi cosa possa far paura, ma anche una larva, cioè uno spirito infernale, un fantasma, rivelando entrambi la derivazione dal latino terriculum, terriculamentum usato appunto per indicare appunto spettri e spiriti notturni.

Nella antica concezione magico-religiosa della natura, il mondo era concepito come un essere animato pieno di spiriti che agivano ora in senso positivo ora in senso negativo e, fra essi, un ruolo importante nel ciclo agrario avevano i demoni della vegetazione e le anime dei morti che abitavano le regioni sotterranee, a diretto contatto con le sementi e le radici delle piante. Tali spiriti dei morti uscivano in determinate occasioni dal loro regno e ritornavano sulla terra fra gli uomini sotto forma di larvae, fantasmi cattivi e nocivi che andavano esorcizzati e rabboniti con rituali ed offerte appropriate, rinnovate ogni anno particolarmente nella stagione invernale, dopo le semine autunnali e fino ai primi tepori primaverili.

L'innocuo spaventapasseri, dunque, era in passato designato con lo stesso termine adottato per indicare gli spiriti cattivi, i fantasmi, e la cosa non deve far tento stupire se riflettiamo sul fatto che anche il dio Mutunus Tutunus-Priapo, quale divinità preposta alla fecondità-fertilità, e cioè alla vita, era strettamente collegato al mondo sotterraneo da cui la vita originava e che perciò era egli stesso, in qualche modo un demone, uno spirito legato al mondo infernale. Ma a differenza delle larvae egli era un bonus Demon, così vien talvolta esplicitamente chiamata dagli antichi, un demone positivo datore di vita utile anche quando lo si raffigurava sulle tombe; ma soprattutto lo era nel vesta di Fascinum, il protettore contro gli incantesimi e le malie e «spauracchio» negativo diveniva, semmai, soltanto per coloro che cullavano cattive intenzioni verso i luoghi custoditi dalla sua presenza.

La collocazione definitiva ed ufficiale di Priapo nella foltissima schiera degli spiriti infernali assolutamente negativi e la sua equiparazione, dunque, alle larvae, si ha soltanto in età cristiana quando ogni tipo di divinità pagana, e fra quelle anche i daemones positivi, gli spiriti protettori dei boschi, fiumi, monti e laghi come satiri e ninfe, diventano tutti diavoli infernali, apportatori di rovina e male spirituale per l'uomo, almeno per la dottrina ufficiale della Chiesa.

Come le antiche larvae pagane, gli spiriti dei morti in era cristiana hanno però conservato la loro importanza in ambito di credenze legate al ciclo vegetativo della natura, ereditando anche prerogative e compiti affidati in antico a diverse divinità minori. Celate sotto rituali cristianizzati, le feste dei morti rimanevano, presso la grande massa dei fedeli, un sistema per accattivarsi i favori di spiriti sotterranei e favorire una rigogliosa rinascita della natura a primavera; nelle forme più profane delle celebrazioni carnevalesche, invece, inutilmente ostacolate dalla Chiesa fino all'età della Controriforma, gli spiriti dei morti venivano ritualmente riportati sulla terra sotto forma delle maschere per favorire con la loro presenza la futura abbondanza e prosperità, ritualmente anticipate nella festa con baldorie, crapule e licenziosità di ogni genere in tutto simili alle antiche cerimonie romane in onore delle divinità preposte alla fecondità-fertilità naturale. Anzi, come nei liberalia o nei floralia romani, il simulacro del phallus veniva portato processionalmente per allontanare la cattiva sorte dal territorio e favorire la fertilità della campagna, così nelle feste carnevalesche era il simulacro del Re Carnevale a muovere su di un carro scortato dalle maschere e dalla folla in tripudio.

Fra Re Carnevale e Mutunus Tutunus-Priapo, c'è però qualcosa di più che un sostituzione-estraneamento provocato dai rigori della censura religiosa cristiana; almeno a livello di cultura subalterna Re Carnevale e lo spaventapasseri hanno continuato a rappresentare, anche se sotto spoglie diverse, l'antico demone della fecondità-fertilità mantenendone inalterati i compiti propiziatori e profilattici. Al di là della dimostrata funzione rituale e propiziatoria delle antiche feste carnevalesche e di tutte le altre celebrazioni legate ai cicli agrari, la prova dell'identificazione fra l'antica divinità della fecondità-fertilità, Re Carnevale e spauracchi campestri, può venirci dalla terra di Barbagia, area fortemente conservatrice delle tradizioni rurali, ove il fantoccio carnevalesco è chiamato, ancor oggi, con il medesimo nome dello spaventapasseri: maimone.

Ma maimone, in quella località della Sardegna, è anche l'antico appellativo del diavolo, nonché il termine con il quale sono designate alcune maschere rituali diaboliche analoghe ai mamutones che, anzi, talora scortavano il fantoccio Maimone nei cortei carnevaleschi alla fine dei quali era bruciato fra lo scoppio di petardi.

Pur continuando l'uso per offrire ai defunti fiori e lumi, e di decorarne le tombe, talora con oggetti che furon loro cari in vita, oggi non lo si fa più per propiziarli, e i loro spiriti vengono lasciati in pace, né viene più richiesto loro di vigilar sulle messi e sul bestiame. E Pulcinella e Arlecchino e Zanni, un tempo maschere evocanti i demoni ultramondani, sono oggi soltanto gli allegri personaggi della commedia dell'arte, o divertono i bambini che ne vestono volentieri i panni; così il vecchio Priapo, che col suo membro vistosamente eretto deve essersi attirato violente censure da parte dei primi cristiani, rischiando più volte di scomparire, facendo ricorso a tutte le sue capacità protettive è riuscito a giungere fino a noi, evirato ed ormai irriconoscibile nella veste di spaventapasseri, ma mantenendo per numerosi secoli l'antica funzione di simbolo della forza generativa della natura e soprattutto il compito di protettore attivo contro le insidie delle fatture e delle stregonerie operate dagli uomini, ponendosi come capro espiatorio capace di assorbire e neutralizzare gli influssi maligni (eliminati poi a fine stagione con la bruciatura rituale del fantoccio) anche come strumento di magica ritorsione verso coloro che operano malie.

Privato però del simbolo vistoso della sua potenza magica, il fallo, e ridotto a semplice fantoccio, egli doveva essere inteso dalla gente come diminuito in gran parte della sua capacità protettiva la quale, in qualche modo, andava integrata.

Quali siano stati i palliativi utilizzati a quello scopo non lo sappiamo con certezza, ma sicuro è invece che anche col trascorrere dei secoli entro l'era cristiana non ci si era affatto dimenticati della concreta efficacia dell'esibizione fallica in funzione protettiva se, ancora nel 1268, nella contrada scozzese di Lothian, per difendere il bestiame decimato da un'infezione epizootica, buttata in un canto ogni forma ortodossa d'invocazione divina, rivelatasi evidentemente inefficace, un fratello laico cistercense dell'abbazia di Fenton pensò bene di ricorrere all'antico e collaudato metodo dei padri e decise di simulacrum Priapi statuere, d'innalzare un'effige di Priapo.

 

 

La parte più segreta del giardino è lo spigolo Nord.

Isolato dal resto tramite una siepe metallica, che lo chiude anche in alto, rappresenta davvero un “Hortus Conclusus”. All'interno due panche ed un tavoliere della Fanorona come tavolo invitano al gioco ed al riposo.

 

 

Il Fanorona proviene dall'isola di Madagascar e risale al 1680 circa. E' una elaborazione del vecchio gioco arabo dell'Alquerque, ed è più elaborato del suo predecessore, dato che usa una scacchiera larga il doppio e 44 pedine al posto di 22. Anche il metodo di cattura è diverso.

E' un gioco rituale che i malgasci ritenevano dotato di proprietà divinatorie. L'ultima regina del Madagascar, la regina Ranavalona III (il cui nome significa “la-signora-che-è-stata-ripiegata”, come un indumento) era una fragile creatura di statura irrisoria. Venne incoronata a ventidue anni e fu forzatamente maritata al suo cinquantanovenne ministro. Vent'anni prima di lei, la regina Rasoherina, aveva rifiutato, a causa della superstizione, di far mettere qualsiasi serratura alle porte del suo palazzo ed aveva ordinato ai suoi architetti di evitare l'uso di numeri quali il sei e l'otto per la costruzione dei loro edifici. Non sorprenderà quindi sapere che quando attaccarono la capitale dell'isola nel 1895, l'altrettanto superstiziosa Ravanalona III e i suoi consiglieri militari affidarono le loro mosse tattiche ai risultati di una partita di Fanorona, con disastrose conseguenze. I Francesi conquistarono l'isola, la monarchia venne abolita e Ravanalona fu esiliata dapprima nell'isola Réunion e più tardi in Algeria, dove morì, nel 1817, all"età di 56 anni. Nel 1938 i suoi resti furono riportati in Madagascar.

      10.1  Il gioco della Fanorona.

 

-     Numero dei giocatori: due.

-     Materiale di gioco: 22 pedine per ciascuno.

-     Scopo del gioco: catturare tutte le pedine nemiche.

-     Origine: Madagascar, 1680 circa.

 

Regole del gioco.

1.          Ci sono due diversi tipi di apertura, che vengono giocati alternativamente. Il gioco consiste
            in un determinato numero di partite.

 

Prima fase.

2.          Il Bianco muove spostando una pedina lungo un qualsiasi segmento, verso un punto libero
            adiacente.

3.          Se la mossa termina su un punto in contatto con un punto o più punti occupati da pedine
            nemiche in sequenza nemica, queste vengono catturate e tolte dalla scacchiera. Questa si
            chiama cattura per avvicinamento.

4.          Si cattura anche per allontanamento. Se un giocatore allontana la propria pedina da un punto
            adiacente a uno o più  punti occupati da pedine nemiche, queste ultima sono catturate e tolte
            dal gioco.

5.          La cattura è obbligatoria, ma nella prima mossa ciascun giocatore può catturare un solo
            gruppo di pedine.

6.          Nelle mosse successive un giocatore può compiere più catture, sia per avvicinamento che
            per allontanamento, ma ciascuna mossa deve avvenire lungo linee diverse, la pedina deve
            cioè cambiare direzione dopo la cattura.

7.          Se una pedina può catturare due diversi tipi di pedine nemiche, potrà scegliere quali dei due
            catturare, dato che non potrà catturarli entrambi. Non è obbligata a scegliere il gruppo più
            numeroso.

8.          Questa fase termina quando un giocatore ha catturato tutte le pedine dell'avversario.

 

Seconda fase.

9.          Si gioca in modo diverso. Inizia il gioco chi è stato sconfitto e il vincente perde una pedina
            dopo l'altra finché ne ha perse 17. Durante questo “vela”, il vincitore evita ogni cattura, e il
            perdente può catturare solo una pedina alla volta.

10.   Quando il perdente ha catturato 17 pedine, il gioco riprende normalmente con le regole da 1
            a 7.

11.   La terza fase del gioco è identica alla prima; la quarta fase è uguale alla seconda, cioè è una
            “vela”. Le due fasi di apertura vengono giocate alternativamente.

12.   Vince chi avrà vinto il maggior numero di mani stabilite.

 

 

 

12.   NELL'ORTO DELLE MALERBE

 

 

Piante di patate ed altre solanacee, unite ad offerte di miele, potranno attirare l'Alcherontia atropos, la sfinge atropa o “testa di morto”.

Soffiando aria attraverso la tromba l'atrope emette un sibilo lamentoso che, unito alla macchia chiara sul torace, simile all'effigie di un teschio umano, ha sempre colpito l'immaginazione popolare che le ha attribuito ingiustamente nefasti poteri.

Anche i rospi sono delle creature interessanti da attirare nel nostro giardino. Metteremo a disposizione un riparo conveniente - un buco in un muro, una cavità sotto una pietra o un tavolaccio - e il rospo potrà abitare lì anche per anni. Un naturalista aveva un rospo che è vissuto per trentasei anni sotto la soglia di casa. I rospi hanno una sviluppatissima memoria per le località, e sebbene possano andare molto lontano alla ricerca del cibo, ritornano sempre sani e salvi. Escono di giorno se piove ma, normalmente, si nutrono a tarda sera e nelle prime ore della notte. Divorano lumache, scarafaggi, formiche ed altri insetti, bruchi, porcellini di terra e lombrichi, e perfino piccoli serpenti  e topi.

Non possono poi mancare pipistrelli, creature a torto diffamate. E' molto più probabile che decimino gli insetti che volano attorno alla nostra casa piuttosto che impigliarsi nei nostri capelli! Il loro numero è in pauroso declino, per vari motivi tra i quali la violazione delle grotte da parte dell'uomo, lo scarico dei rifiuti e l'abitudine di fumigare sconsideratamente con veleni le soffitte. Noi vogliamo incoraggiare quest'innocuo e utile animale, mettendogli a disposizione particolari cassette-nido.

 

Abbiamo intitolato il giardino a Gabryina degli Albetis perché è una strega reggiana, o meglio la strega reggiana in quanto il suo caso è il più famoso e documentato, tra i pochissimi di cui si ha notizia. Nella nostra città, inoltre, si ritiene che Gabryina abbia fornito ad Ariosto lo spunto per l'omonimo personaggio che nel Furioso ha notevole rilievo.

Chi era questa Gabryina? Tutte le notizie al riguardo le abbiamo per un processo di eresia e stregoneria del 1375: Gabryina era un'esperta nei rimedi contro quello che oggi si chiamerebbe “caduta del desiderio” e quasi tutti i capi d'imputazione riguardano consigli elargiti a donne che si lamentavo di mariti inappetenti sessualmente. Si tratta sempre di persone del vicinato, non si accenna mai a soldi, e anzi pare che gli Albeti fossero ricchi secondo un censimento di cinquant'anni prima e avessero dato il nome ad una via nel quartiere di San Prospero; per lo più si tratta di rimedi semplici e ingenui, di casereccia innocuità e l'impressione che si ricava dalla lettura degli atti è che Gabryina fosse più addentro alle chiacchiere e al pettegolezzo malizioso (lo specifico femminile del tempo) che non a pratiche diaboliche o a culture alternative. Viene da ridere quando si legge che prescriveva, per risvegliare l'interesse sessuale dei mariti, polvere di camomilla o succo di zucca selvatica; oppure quando suggerisce di mettere sotto il giaciglio un mattarello (letteralmente “canella da lasagne”) o, in un caso di impotenza, una spada “che abbia ucciso qualcuno”.

C'è tuttavia un'accusa più complessa: di aver suggerito a tal Franceschina, che vuole che il marito Avanzio torni lei abbandonando una concubina, di prendere un po' di peli e unghie di costui e metterli nel cuore di una gallina nera.

La donna deve poi inserire il cuore nella vagina e fare nove passi tenendo in mano una candela benedetta, quindi si recupera il tutto, lo si cosparge di plantaggine secca e lo si da da mangiare la marito ignaro.

Francamente ci sembra un po' complicato da mettere in pratica, e forse non è estranea la fantasia dei malevoli che portarono all'incriminazione di Gabryina: non dimentichiamoci che non sappiamo nulla della sua difesa, disponendo noi solo dell'istruttoria con le accuse.

Uno studioso di storia locale, Aldo Cerlini, che si è interessato al caso fornendoci anche materiale per queste note, sostiene che i giudici fossero increduli ed ironizzassero sulla poveretta: chiamano «delicato manicaretto» il cuore di cui sopra, affermano che l'unguento miracoloso che Gabryina dava alle sue clienti, fosse in realtà olio. Forse del tutto increduli non erano e di sicuro non erano ironici quando condannarono Gabryina al taglio della lingua e alla marchiatura a fuoco. O forse risparmiarle il rogo fu davvero un segno di incredulità e benevolenza.

Che fosse una strega sprovveduta lo testimonia anche il fatto che su 14 tentativi di sortilegio che le vengono contestati solo due abbiano avuto effetto.

Il processo ebbe larga eco, anche se non è menzionato nella coeva Cronica del Gazata, e il nome Gabryina, assai diffuso fino ad allora non viene più dato per molti anni e neppure in seguito tornerà mai  popolare.

La Gabryina ariostesca è invece una vecchia laida e malvagia «che nacque/ solo per tradir ognun che in man le cadrà».

Ogni suo atto è un concentrato di nefandezze, tradimenti, avidità: una negatività esemplare grottescamente accentuata da un abbigliamento da giovane fanciulla che la fa sembrare una bertuccia. Emblematicamente Gabryina nel Furioso sfugge al rogo, per finire impiccata ad un olmo: non viene classificata quale strega perché la magia nel poema ha valenze da quelle stregonesche tradizionali, ma sembra di poter riconoscere nel personaggio l'eco di qualche sinistra leggenda che Ariosto da bambino dovette aver sentito a Reggio Emilia inscindibilmente connesse con il nome della strega Gabryina, il cui ricordo dopo cento anni era certamente vivo ancorché deformato e stravolto.

 

 

Dall'antichità fino ai giorni nostri le streghe, sia bianche sia nere, sono sempre state rinomate per la loro conoscenza delle proprietà curative, velenose e magiche delle erbe. La sapienza tradizionale degli uomini sagaci, delle donne “sagge” e delle streghe bianche, può essere stata esagerata a volte, tuttavia è probabile che alcuni guaritori-contadini del passato impiegassero efficaci rimedi fati di erbe e che i loro pazienti avessero più possibilità di guarigione di quelli trattati con le purghe e i salassi violenti, che erano allora in voga tra i medici professionisti ortodossi.

Similmente, non ci sembra azzardato presupporre che, almeno alcuni di quegli uomini  e di quelle donne, accusati di aver ucciso i loro vicini con la fattucchieria e la magia nera, fossero in effetti avvelenatori che applicavano a fini malvagi la loro conoscenza delle erbe medicinali.

 

Olio e sangue di piviere.

C'era una sola sottile linea di separazione tra l'uso delle erbe come veleni ed il loro impiego come rimedi. Per esempio, sembra che alcune levatrici contadine che si dilettavano di stregoneria di ambedue le varietà, bianca e nera, non si siano fatte pregare per portare a fine prematura la vita dei neonati deformi, somministrando loro un decotto di foglie di digitale. Tuttavia lo stesso decotto, noto un,tempo come olio di digitale, contenente il velenoso alcaloide, è un rimedio efficace per certi tipi di malattie del cuore, ed era usato a tale scopo dalle streghe bianche. Fu in effetti da guaritori-contadini che i medici ortodossi acquisirono la conoscenza delle proprietà farmaceutiche del digitale, il cui equivalente sintetico è tuttora prescritto normalmente per alcuni disturbi cardiaci.

Si credeva anche che le erbe avessero proprietà strettamente magiche e che fosse perfino impossibile usare erbe per far credere a persone che non erano streghe di essere tali. Una simile erba ed i suoi presunti effetti sono stati descritti nel «Libretto dei segreti di Alberto Magno», un manuale di fattucchieria e stregoneria contadine, compilato in Francia nel XVIII secolo:

 

            ... se si mescola con il sangue di una pavoncella o di un piviere femmina, e si mette con
            l'olio in una lampada, quando la si accenderà tutti presenti i crederanno di essere streghe,
            così come uno crederà di un altro che la sua testa sia in cielo ed i piedi sulla terra ...

 

In altre parole, quei miscugli producevano presumibilmente effetti simili a quelli dell'LSD e di altre droghe psichedeliche.

 

L'unguento delle streghe.

Si credeva che le streghe dell'antica Tessaglia preparassero unguenti che avevano il potere di trasformare essere umani in animali e di far volare. Questa credenza avrebbe persistito a lungo, e l'uso di “unguenti per volare” da parte di presunte streghe figurava nelle prove prodotte in molti processi e in alcune confessioni. Nel 1669 le vittime di un processo svedese confessarono che Satana aveva dato loro «un corno contenente un unguento, di cui ci cospargiamo prima di volare al sabba», mentre cinque anni prima alcune streghe inglesi avevano ammesso di avere fatto uso di un olio verde di odore pungente, che avevano strofinato sui polsi e sulla fronte.

Alcune ricette per tali unguenti sono giunte fino a noi ed includono erbe note per la proprietà di provocare allucinazioni. Uno scrittore del XVI secolo dava una simile ricetta, consistente di «grasso di bambini», a cui si dovevano aggiungere «eleoselino, aconito, fronde di pioppo e fuliggine». Due di queste sostanze, che in dosi massicce possono uccidere, ma in piccole quantità producono allucinazioni, compresa l'illusione di volare, avrebbero potuto essere assorbite, attraverso la pelle piagata, da un contadino del XVI secolo che fosse tormentato dai pidocchi.

Può darsi che le streghe non abbiano mai volato, ma è possibile che alcuni di quelli che sperimentarono gli unguenti delle streghe abbiano creduto sinceramente di averlo fatto.

 

Per due secoli o forse tre sono venuti avanti, gli eroi della dannazione, le streghe romantiche e quelle decadenti, in mezzo alla norma borghese, come i branchi degli zingari in viaggio attraversano un'Europa sempre più irrigidita nei recinti delle nazioni e delle classi. Ma da quando l'eccezione -negli ultimi vent'anni- è stata organizzata a nuova regola, e l'industria culturale ha volgarizzato i modelli della perversione, quanto resta dei fasti d'inferno ha ormai una tristezza da zoo. Oggi un completo da messa nera puoi comprarlo per corrispondenza. E, se è vero che le pratiche sado-masochistiche motivate da pretese magiche fanno scorrere sangue e non anilina, la strega è ormai borghese e buonsensaia, un prodotto della sottocultura. Non è facile fare il male.

Le streghe non ritorneranno. La negazione troverà altre vie. La città può (deve) riconoscere le Nemiche della città, pensare un ordine che dia ragione del disordine della negazione. «Dal loro volto pauroso io vedo un grande vantaggio per gli abitanti della città», dice Eschilo in Atena, parlando delle Eumenidi, le figlie della Notte, mentre il corteo degli Ateniesi le accompagna, tra le fiaccole, sottoterra; perché il Negativo, con la sua energia latente, vi abbia sede la ragione.

 

 

 

 

 

13.   LA VEGETAZIONE DELL'ORTO DELLE MALERBE SARA' COSTITUITA DA:

 

 

1)    Aconito napello o napello (Aconitum napellus L.);

2)    Adonide gialla (Adonis vernalis L.);

3)    Erba del capogatto o Amanithium ammazza-mosche (Amanthium
            muscaetoxicum L.);

4)    Anemone nemorosa (Anemone nemorosa L.);

5)    Aquilegia (Aquilegia vulgaris L.);

6)    Aristolochia, erba atrologa o stalloggi (Aristolochia clematitis L.);

7)    Gigaro scuro o aro (Arum maculatum L.);

8)    Baccaro (Asarum europaeum L.);

9)    Belladonna (Atropa belladonna L.);

10)   Brionia o zucca matta (Bryonia cretica L.);

11)   Celidonia (Chelidonium majus L.);

12)   Colchico autunalle o freddolina (Colchium autumanale L.);

13)   Cicuta (Conium maculatum L.);

14)   Mughetto (Cavallaria majalis L.);

15)   Colombina o coridale (Corydalis cava L.);

16)   Ginestra dei carbonai (Cytisus scoparius L.);

17)   Fior-stecco o mezereo (Daphne mezereum L.);

18)   Stramonio (Datura stamonium L.);

19)   Dicentra (Dicentra cuccularia L.);

20)   Dittamo o frassinella (Dictamlus albus L.);

21)   Felce maschio (Dryopteris filix-mas L.);

22)   Equiseto selavtico (Equisetum sylvaticum L.);

23)   Fusaggine, berretta da prete, corallini o fusaria (Euonymus
            europaeus L.);

24)   Erba cipressina (Euphorbia cypressias L.);

25)   Graziola, graziella o stancacavalli (Gratiola officinalis L.);

26)   Edera (Hedera helix L.);

27)   Elleboro nero o rosa di Natale (Helleborus niger L.);

28)   Giusquiamo nero (Hyoscymus niger L.);

29)   Ginepro sabino o sabina (Juniperus sabina L.);

30)   Maggiociondolo (Laburnum anagyroides Medic.);

31)   Loglio ubriacante o zizzania (Loliumu temùulentum L.);

32)   Caprifolio nero (Lonicera nigra L.);

33)   Lupino (Lupinus polyphillus Lindl.);

34)   Peonia selvatica (Paeonia officinalis L.);

35)   Uva di volpe (Paris quadrifolia L.);

36)   Alcheghenghi comune, alkekengi o palloncini (Physalis alkekengi
            L.);

37)   Sigillo di Salomone o ginocchietto (Polygonatum odoratum L.);

38)   Laurocersso (Prunus lauroceranus L.);

39)   Pado o ciliegio a grappoli (Prunus padus L.);

40)   Ranuncolo comune o ranuncolo dei prati (Ranunculus acris L.);

41)   Favagello (Ranunculus ficaria L.);

42)   Spin cervino e ramno catartico (Rhamnus cathartica L.);

43)   Ricino (Ricinus communis L.);

44)   Ruta o erba ruta (Ruta graveolens L.);

45)   Scopolia (Scopolia carniolica Jacq.);

46)   Borracina o erba pignola (Sedum acre L.);

47)   Senecione di S. Giacomo, verzola o erba chitarra (Senecio jacobea
            L.);

48)   Dulcamara (Solanum dulacamara L.);

49)   Tasso o albero della morte (Taxus baccata L.);

50)   Botton d'oro, paparia o luparia (Trollius europaeus L.);

51)   Pervinca minore (Vinca minor L.).

 

 

 

14.   VELENO.

 

 

“Ogni sostanza è veleno e nessuna è perfettamente

innocua; soltanto la dose ne determina la velenosità”.

                                             Paracelso (1493 - 1541)

 

La definizione di Paracelso non richiede ulteriori chiarimenti e rimane pienamente valida anche ai giorni nostri. ‘Veleno’ è un termine dal significato relativo: qualsiasi veleno può, in particolari dosi, rivelarsi un medicamento,mentre, teoricamente, qualsiasi sostanza cosiddetta inoffensiva può essere tossica a dosi elevate. Questa definizione trova ampio impiego in tossicologia, una scienza di origine piuttosto recente che si occupa dei veleni e dei loro effetti sugli esseri viventi, animali o uomini che siano.

Dal punto di vista medico si considera veleno una sostanza la quale, introdotta nel corpo umano anche in dosi relativamente piccole e assorbito dallo stesso, ne provoca alterazioni patologiche tali da poterne causare la morte.

 

 

      14.1. Veleni in natura.

 

In natura, i veleni non sono un monopolio delle sole piante. Esistono anche minerali e animali che si rivelano pure particolarmente pericolosi.

Circa un terzo delle specie vegetali produce sostanze velenose, anche se non sempre si rivelano realmente pericolose. L'acido ossalico, ad esempio, è un veleno relativamente pericoloso per l'uomo: ne bastano 5 grammi, equivalenti a 20 grammi di ossali solubili, per ottenere un effetto letale.

Numerose piante contengono dosi piuttosto elevate di acido ossalico, pur non venendo generalmente considerate pericolose per l'uomo: ad esempio la specie dei generi Rumex (rommici) e Chenopudium (farinetti o chenopodi). E' noto comunque, che dopo il pascolo su prati degradati e ricchi di queste specie, cavalli, pecore e bovini mostrano sintomi di intossicazione.Nessuno, poi, ritiene che frutti come fragole, pesche e albicocche possano rivelarsi tossici; eppure, per alcuni individui, particolarmente per i bambini, è sufficiente mangiarne una quantità eccessiva per essere colpiti da reazioni allergiche accompagnante da chiazze sulla pelle di tipo orticaroide e da disturbi dell'apparato digerente. Queste manifestazioni sono provocate dalla presenza nei frutti di particolari acidi organici e di sostanze aromatiche. Di per se stesse queste piante non sono velenose, ma se vengono consumate in quantità eccessiva, o concentrate, possono provocare disturbi di una certa entità. Non tutti gli individui inoltre possiedono il medesimo grado di tolleranza nei confronti di sostanze contenute in alcune piante. Danni ai reni possono essere causati dal consumo eccessivo di sedano e di radici di prezzemolo e di levistico. Sintomi di avvelenamento sono stati descritti quale risultato dell'eccessivo impiego di paprika e di pepe negli alimenti. Ugualmente pericoloso è l'uso in grandi quantità di alcuni condimenti assai popolari in alcuni Paesi, come chili e curry (quest'ultimo composto di curcuma, zenzero, cardamomo e da diverse altre specie di erbe e spezie). Questi esempi confermano la validità della citazione di Paracelso riportata all'inizio.

 

 

      14.2. I veleni non sono velenosi per tutti.

 

Esistono in natura molti esempi di sostanze di origine vegetale velenose per l'uomo ma non per gli altri animali e viceversa. I frutti del tasso (Taxus baccata) sono costituiti da un arillo carnoso rosso e commestibile, contenente un seme nerastro molto tossico. Gli uccelli ingeriscono l'intero frutto, seme compreso, senza subire alcun danno.

Gli uccelli si nutrono anche dei frutti del fior di stecco (Daphne mezereum) senza subire alcun inconveniente.

Le larve della dorifora (Leptinotarsa decemlineata) riescono a crescere normalmente nutrendosi delle foglie della belladonna (Atropa belladonna), che contengono alcaloidi tossici quali l'atropina. Quest'ultima sostanza si ritrova addirittura nel corpo delle larve: non influisce quindi in alcun modo sullo sviluppo del coleottero, tanto che in condizioni ambientali idonee sulla belladonna possono aversi fino a tre generazioni l'anno.

Un esempio simile è fornito da una particolare specie di baco da seta, l'Attacus ricini, allevata nell'Assam, la quale si nutre esclusivamente delle foglie di ricino (Ricinus communis) contenenti la ricinina, alcaloide particolarmente tossico per l'uomo.

Le piretrine, sostanze organiche contenute nel piretro (Chrysanthemum cinerariaefolium), si sono rivelate molto tossiche per contatto nei confronti di tutte le specie di insetti, mentre risultano innocue per le specie animali a sangue caldo e per l'uomo. Per questa ragione le piretrine vengono utilizzate con molto successo nella difesa delle coltivazione agricole e nella disinfestazione di magazzini e abitazioni, nonché, in alcuni casi, per la disinfestazione di animali domestici.

 

 

 

 

      14.3. Breve storia dei veleni e loro abuso.

 

Gli abusi di sostanze tossiche hanno principalmente come scopo il suicidio o l'omicidio premeditato; altri fini possono essere la ricerca di un maggiore stato di concentrazione, di maggiore rilassatezza, o di euforia. Infine queste sostanze possono essere utilizzate durante particolari funzioni o cerimonie, spesso a carattere religioso, per ottenere uno stato di estasi e per ottenere visioni o allucinazioni.

Nei secoli passati i veleni furono tra i maggiori strumenti di potenti e cortigiani nella lotta per il potere. I veleni furono senza dubbio di uso piuttosto frequente anche presso la gente comune, pure se al riguardo esistono ben poche notizie. Esiste invece una vastissima documentazione sull'uso dei veleni e dei relativi antidoti da parte dei potenti.

Tra i potenti che impiegarono il veleno per sbarazzarsi dei propri nemici vanno ricordati ad esempio Clearco (c. 400 a. C.), generale spartano, e Dioiniso il Vecchio (406-367 a. C.), tiranno di Siracusa. Perché Nerone (37-68 d. C.) potesse diventare imperatore venne avvelenato Britannico, figlio ed erede legittimo dell'imperatore Claudio. Vespasiano (9-79 d. C.), suo figlio Tito (38-81 d. C.) e il fratello di quest'ultimo, Domiziano (51-96 d. C.), pure divenuti imperatori, morirono tutti di veleno. L'imperatore Commodo fu anch'egli avvelenato, nel 192 d.C., questa volta dall'amante in combutta con un gruppo di cospiratori.

I casi ricordati sono soltanto pochi esempi di omicidi mediante avvelenamento perpetrati nei secoli passati. In quelle poche le stesse condanne a morte potevano essere eseguite mediante suicidi forzati, come nel caso di Socrate, il grande filosofo greco (469-399 a.C.) condannato a bere una mortale bevanda contenente cicuta (Conium maculatum).

Collezionare veleni fu anche una diffusa ‘moda’ dei tempi antichi; una delle collezioni più importanti e più famose fu quella di Caracalla (188-217 d.C.), imperatore romano dal 211 al 217. I potenti di quel tempo, essendo soliti avvelenare i propri nemici, si trovavano esposti al medesimo grave rischio. Istituirono quindi un servizio di assaggio con appositi addetti, il cui compito era non solo giudicare la qualità dei cibi e delle bevande loro destinati, ma soprattutto evitare qualsiasi possibilità di avvelenamento fungendo da filtro ad ogni tentativo di omicidio mediante questa via.Tra il XIV e il XVI secolo l'Europa si dimostrò un vero e proprio paradiso per gli avvelenatori professionisti. In Italia ed in Francia questa disgraziata attività divenne particolarmente redditizia. Nella storia degli avvelenamenti, in Italia si annoverano intere famiglie che eccelsero in, questa particolare attività: ad esempio gli Scaligeri, i Baglioni e i Borgia. Caterina dè Medici fu considerata una delle maggiori avvelenatrici della storia: essa, riuscì a risolvere numerosi e complicati problemi politici per mezzo del veleno, di solito disciolto nelle bevande destinate agli avversari.

In Francia, inoltre, le donne capeggiavano l'elenco degli avvelenatori professionisti, quali, ad esempio, la marchesa di Montespan, Jeanne Stanulin, detta Chausée, e poi ‘la voisine’, che durante il regno di Luigi XVI sbarazzava i nobili delle loro scomode ed opprimenti amanti. Gli anelli da ‘veleno’ costituivano a quei tempi una dotazione personale piuttosto comune. Essi possedevano un opercolo, ornato da un cammeo, da una pietra preziosa o da colori a smalto, sotto il quale veniva abilmente ricavato un piccolo spazio destinato a contenere il veleno.

Non si rivelava troppo difficile, al momento opportuno, vuotarlo nella coppa contenente il vino oppure inghiottirlo.

Ricettacoli per il veleno furono ingegnosamente dissimulati anche all'interno di preziose collane.

I moderni contenitori di veleni sono sempre molto ben dissimulati, ad esempio all'interno di un dente artificiale ben inserito in una protesi; il veleno è contenuto, in questo caso, in una microcapsula contenuta all'interno della corona dentale.

I veleni non destinati ad uccidere, bensì a provocare, in particolari e ben determinate dosi, uno stato di alterazione psichica, costituiscono un gruppo a parte. La scopolamina, ad esempio, veniva, e viene talvolta, impiegata per estorcere informazioni che non potrebbero essere ottenute impiegando altri sistemi: essa fa parte dei cosiddetti ‘sieri della verità’, anche se non tutti concordano oggi nell'affermare la sicurezza di tale mezzo. Infatti le informazioni ottenute con tale mezzo possono comunque rivelarsi non completamente esatte; sotto l'influenza della droga (in questo caso la scopolamina) l'individuo esterna se stesso, le sue preoccupazioni e i suoi desideri, descrivendoli come fatti accaduti anche se in realtà non lo sono. Può ad esempio confessare omicidi in realtà da lui mai commessi.

In epoca medievale, piante velenose appartenenti alla famiglia delle Solanacee (Atropa belladonna, Hyoscyamus niger, Scopolia carniolica) venivano usate per ottenere allucinazioni e ‘viaggi’ nel mondo degli spiriti e dei demoni. Furono soprattutto le donne a dedicarsi a tali attività orgiastiche. Estratti delle piante sopra ricordate erano generalmente applicati sotto forma di unguenti concentrati sulle membrane mucose dei genitali. L'azione di alcuni alcaloidi, principalmente la scopolamina, produrrebbero esaltanti allucinazioni di natura sessuale. Tali allucinazioni spesso riguardano i demoni, occasionalmente i santi: in pratica esprimono le contraddizioni dell'uomo medievale, in bilico tra religione e superstizione. Spesso queste allucinazioni sembravano mettersi in movimento: da qui la convinzione che le streghe volassero su manici di scopa. Tali eventi, definiti ‘sabba con le streghe volanti’ non vennero tollerati dalla Chiesa: l'Inquisizione scatenò contro le streghe terribili persecuzioni, culminanti talvolta nella condanna a morte sul rogo.

 

 

 

      14.4. Utilità dei veleni delle piante.

 

Il titolo è soltanto apparentemente contraddittorio: non è infatti possibile negare che le sostanze tossiche delle piante possiedano anche proprietà positive se utilizzate correttamente.

I veleni vegetali sono compresi tra le sostanze più utilizzate dalla medicina umana: trovano infatti impiego nella terapia di un grande e vario repertorio di alterazioni dello stato di salute.

Il fatto che spesso l'uomo sottovaluti la grande importanza pratica delle sostanze tossiche contenute nelle piante, dipende soltanto dalla sua ignoranza e incompetenza, non certo dal valore intrinseco di questi composti. Gran parte delle piante oggi conosciute come tossiche ha anche un valore ornamentale: alcune di esse sono anzi più famose sotto questo aspetto che non sotto quello tossicologico.

 

 

      14.5. Avvelenamento da sostanze vegetali.

 

Gli esempi di avvelenamento dovuto a cause di origine vegetale sono numerose e diverse. Si possono comunque raggruppare in due categorie: intenzionali (atti criminali o suicidi) e accidentali. Non è qui necessario dissertare sulla prima delle due categorie; più importante risulta invece la seconda. L'avvelenamento da sostanze vegetali è solitamente determinato dalla non conoscenza degli effetti tossici delle sostanze contenute nelle diverse specie vegetali. Spesso anche gli adulti, e non soltanto i bambini, non hanno nessuna idea di come possano rivelarsi velenose alcune di esse.

I bambini dovrebbero essere bene informati sui rischi fin dalla più tenera età, adottando tecniche di insegnamento ovviamente adatte alla capacità di apprendimento.

Una seconda causa di avvelenamento accidentale è il cosiddetto ‘fai da te’, ossia la presunzione di potersi curare da soli dopo avere sentito parlare o dopo aver letto qualcosa sulle proprietà medicinali delle piante. Casi di avvelenamento causati da esperimenti autodidattici con piante medicinali non sono purtroppo rari. In questi casi l'educazione sanitaria del pubblico costituisce il solo possibile mezzo di prevenzione.

 

 

15.   VALORE DIDATTICO DELL'ORTO DELLE MALERBE.

 

 

La raccolta di erbe velenose ha senza dubbio un valore didattico per la prevenzione delle intossicazioni da piante perché è un monito ad:

 

1.    Imparare a riconoscere tutte le piante presenti intorno alla casa, in
            giardino e quelle infestanti dell'orto; cercare di scoprire quali di
            esse sono velenose.

2.    Insegna ai bambini a non mettere mai in bocca nessuna pianta o
            sua parte che non venga comunemente utilizzata per
            l'alimentazione.

3.    Invita a raccogliere a scopo alimentare soltanto funghi e le piante
            che si è sicuramente in grado di identificare come eduli.

 

 

16. MANIFESTAZIONI CULTURALI

 

 

      16.1. Una notte sul Montecavolo

 

In un bosco fatato del teatro verde, appaiono animali magici, cavalieri e streghe.

Qui ogni anno, per sette sere, autori famosi ed i nonni del paese, narreranno una loro favola inedita. Il comune ne curerà la raccolta e la editazione in un volume.

Montecavolo è un toponimo che sembra uscito da un racconto di fiabe, evoca magiche suggestioni e ben si presta a diventare un appuntamento annuale per il racconto dedicato all'infanzia.

Nell'occasione verranno offerti ai bambini dolci preparati con ricette fatate e modellate con stampini su disegni di cuochi famosi. Le ricette ed i dolci potrebbero così diventare caratteristiche delle tradizioni locali. L'iniziativa ricorda e riprende la tradizione delle veglie.

Allora: «Nel cuore dell'inverno la stalla diventava il centro della vita sociale e spesso famigliare (i bambini desinavano e cenavano nella stalla) perché le case erano fredde e umide ... La legna scarseggiava e, del resto, il fuoco debole del focolare riscaldava la faccia, ma la schiena restava fredda.

Così, al primo freddo novembrino, le famiglie di una contrada o di una corte, come i contadini del paese, si riunivano nella propria stalla, al caldo degli animali, sotto la luce di una lucerna a petrolio: era il filòs».

 

 

La presenza della fame, della morte, del buio, dell'ignoranza e di altri aspetti connessi a questa condizione, dava una concezione del mondo assai diversa da quella che abbiamo in una società industriale, dove il magico, l'ignoto, il miracoloso, sono stati relegati in settori marginali del quotidiano. Si trattava appunto d'un'altra cultura in cui il rapporto di causa e d'effetto passava quasi naturalmente attraverso il magico: dalla cura delle malattie con segnature e scongiuri, all'efficacia protettiva degli scapolari, dei talismani, e distruttiva dei malocchi e delle fatture.

I bambini, i ragazzi passavano presto dalla cucina, o dalla stalla, al paradiso del letto scaldato dal “prete”.

Cominciava allora la veglia degli adulti con le chiacchiere serie, le fiabe non interrotte dagli interventi dei bambini, narrate completamente e con «tutti i sentimenti», e soprattutto con le paure.

Un sottile gusto di sapere il proibito, di provare brividi, di ascoltare fatti terrificanti, legava l'uditorio intorno al narratore che attingeva da un repertorio inesauribile, tra gli strilli soffocati delle ragazze, le giaculatorie delle vecchie al nome del demonio, il nervoso arricciarsi delle punte dei baffi da parte degli uomini e l'andar su e giù dei pomi d'Adamo.

Erano spesso le stesse storie che un po' dappertutto si ripetevano riferendole a persone e a luoghi diversi: non c'è genere che abbia copioni così ripetuti e, al tempo stesso, così ricchi di interpretazioni e variazioni diffuse capillarmente quasi villaggio per villaggio. Sapere che la zia della tale, in tempi non molto antichi, era morta per amore e, aperta la bara dopo tanti anni, era stata trovata nell'atto di strapparsi i capelli ... poteva mandare a letto l'uditorio con un po' di tremarella. Se si aggiunge la poca luce della stanza, le ombre lunghe del fuoco, un'arte consumata dal narratore, non meraviglia se qualche ragazza nella notte cercava il letto dei genitori.

Il materiale fantastico si confondeva a storie vere, dicerie locali, tradizioni, leggende, fandonie inventate per l'occasione da qualcuno che la sapeva lunga. Così nel canneto in fondo allo stagno si sentiva la voce di un annegato che vi era stato affogato dalla Mano Nera ... Non mancava mai nella zona almeno una casa disabitata dove «ci si sentiva», laghi senza fondo, voragini, caverne di fate, luoghi d'incontro delle streghe, impronte del diavolo, vestigia di Santi ...

La tale aveva sentito nel muro l'orologio di San Pasquale una settimana prima che le morisse il marito. Ad un'altra, mentre era nel campo, era apparso il figlio che era in guerra: l'aveva salutata sparendo in una nube di fumo e fiamme. Poi si era venuti a sapere che in quello stesso giorno, alla stessa ora, il giovane era morto per lo scoppio di una bomba ...

Queste storie mirabolanti rispondevano ad un costante bisogno dell'uomo di stupirsi, provar paura ed inorridire al di fuori dal rischio, gusto al quale rispondono oggi libri gialli, film del brivido e del terrore, romanzi polizieschi. A cominciare da Edgar Allan Poe, gli autori di questo genere hanno attinto senza riguardo a leggende, tradizioni, credenze e superstizioni. Così è stato per le storie di vampiri ed in genere di stregoneria.

Certo tutto congiurava a far bello e pauroso quel rito: il buio assoluto della campagna, la fiammella del lume a petrolio o a carburo che vacillava proiettando intorno lunghe ombre, il riverbero rossastro del fuoco del camino, oppure la presenza silenziosa di animali nella stalla. Magari il vento mugolava nella cappa o la pioggia grattava come un artiglio dalle molte unghie le tegole. Talvolta schiantavano i tuoni nel cielo, un cane guiolava, passava stridendo la civetta, soffiava il barbagianni o nelle soffitte scorrazzava un topo facendo un rumore che, amplificato dalla notte, poteva essere la catena d'un fantasma o lo zoccolo del diavolo.

La cultura convalidava quelle cose: le prediche nella chiesa parlavano a proposito e a sproposito d'interventi miracolosi dei Santi, di tentazioni e scorribande di diavoli, d'Anime del Purgatorio che tornavano dal loro carcere a chiedere preghiere e a narrare le loro orribili pene.

Anche la natura, apparentemente chiara e logica, aveva nel mondo contadino manifestazioni conturbanti: la farfalla detta Testa di Morto, che entra in una stanza svolazzando la notte, la civetta sul tetto di casa, il rospo che entra nell'aia, i fuochi fatui, il passaggio della cometa, il sole dei morti, i sogni ...

Il racconto delle paure fatto tra adulti costituiva una sorta di rito nel quale era ammesso lo scetticismo, ma questo in fondo non faceva che rinforzare la credenza nelle figure fantastiche evocate, tanto che la materia di queste sedute, diffusa come si è detto in tutta Italia, ha dato origine ad un «genere» che ha preso forma nel breve racconto di un fatto strano, pauroso, in cui possono agire il diavolo, le streghe, i morti, le fate, i fantasmi, gli spiriti, i folletti, le anime dannate o quelle del Purgatorio.

Nonostante che la cosa fosse naturale, non avesse un programma e che accadesse quasi per caso, determinandosi quando c'erano persone particolarmente esperte in materia, che sapevano narrare le storie, la riunione sapeva un po' di proibito e un po' di segreto, tanto che non si faceva alla presenza di persone particolarmente impressionabili.

Non pare costituisse un problema l'essere profondamente religiosi: molti lo erano e questo non cozzava affatto con l'esistenza degli spiriti, delle fate, dei folletti, di magie e sortilegi; mentre la strega, il diavolo e tutta la materia ad esso connessa, si accordava perfettamente con la visione che veniva proposta dalla Chiesa.

Tuttavia, le invocazioni per liberarsi dagli influssi maligni avevano il tono dello scongiuro, gli spiriti e le ombre dei morti provenivano da un oltretomba pagano, s'incarnavano in animali, come rospi, mosche, serpi, e restavano fortemente radicati al mondo della terra.

C'è nel fondo dei racconti un grande interesse per la vita segreta delle anime dei defunti, una grande ammirazione per la potenza dei diavoli, streghe, fate e stregoni che si traduce in una fede nelle forze negative, sia pure nell'ossequio della religione ufficiale, la quale per certi aspetti concordava e spingeva nelle stesse direzioni: la reale esistenza del diavolo, l'esistenza di riti satanici, l'efficacia di scapolari, agnusdei, reliquie, esorcismi. Naturalmente ciò che la Chiesa ammetteva, tollerava, veniva portato ben oltre il significato che aveva nella sua dottrina, fino ad essere stravolto anche per opera di certo clero ignorante o seguace del dio quattrino.

Ad esempio, la dottrina della Chiesa ammette la possibilità di un rapporto tra vivi e le anime del purgatorio, che considera vicine alla dimensione della santità, in quando destinate al Paradiso. Queste possono essere raggiunte con le preghiere, le indulgenze, non direttamente, ma in quanto partecipanti alla comunione dei Santi, nel Corpo Mistico della Chiesa. Nella predicazione e nella catechizzazione quotidiana si va oltre, accreditando le visite delle anime ai vivi e si fa uso dei racconti terrificanti che le narrano.

Gli spiriti, le anime dei morti possono, secondo la tradizione popolare, esistere anche fuori dai tre regni ultramondani del Cristianesimo: occupano luoghi dai quali allontanano con rumori e apparizioni la presenza dei vivi. Infestano catapecchie e palazzi, si lamentano negli orridi, trascinano catene nelle soffitte e nei sotterranei. Si tratta di coloro che subirono una morte violenta, degli insepolti, di quelli che hanno lasciato la vita con una passione insaziata, con odio, amore oltraggiato, rabbia, rancore.

Sono tracce evidenti delle credenze pagane insieme ai maghi, ai lari,  ai penati ai quali si ricollegano anche le figure dei folletti e degli spiritelli. Così esiste un collegamento tra le ninfe della tradizione classica e le fate rusticane, benigne o maligne, che hanno sede, e non mi pare casuale, nelle buche, negli scavi di antichi insediamenti o sepolture che si trovano nelle rupi. Sono dette Buche delle Fate e si trovano un po' dovunque, soprattutto nell'Italia Centrale.

Riconsiderando questi elementi viene più che il sospetto che questa «veglia delle paure», questo momento di aggregazione sociale, riservato agli adulti in qualche modo «iniziati», non sia qualcosa di casuale, di semplice usanza, ma che si ricolleghi direttamente alle antiche radici della civiltà contadina dei pagi in cui più a lungo è sopravvissuto il paganesimo con la sua cultura con dei, fauni, ninfe, satiri, pratiche magiche e sacrifici.

La Chiesa non riuscì mai a sradicare del tutto le antiche superstizioni pagane che combatté con ogni mezzo. Dovette alla fine venire a patti e contentarsi di sovrapporre un segno cristiano sulle «superstizioni» del paganesimo.

Anche le pagine di antiche edizioni del Rituale Romanum testimoniano questa continua opera di inserimento di pervicaci riti pagani in forme compatibili con la visione cristiana. Non mi riferisco tanto alla parte: De Exorcizandis obsessis a demonio, quanto al capitolo: Coniurationes potentissimae et efficaces, nel quale sono contenute coniurationes contro le tempeste, le grandinate, i tuoni, gli animali nocivi, nonché le varie benedizioni per i bachi da seta e gli altri animali.

Questo esempio concorda con la credenza popolare nei «tempestari», figure demoniache o persone reali che hanno la capacità di provocare tempeste, far cadere la grandine, scatenare venti e trombe d'aria.

Né può sfuggire quanta ritualità pagana si nasconda in tutte le cerimonie previste nel Pontificale Romanum,sia per la benedizione di luoghi sacri, come le chiese, sia per altre cerimonie come le degradazioni, oggi non più in uso, dei preti, dei diaconi e dei suddiaconi.

Il paganesimo spartiva il divino in tre regni: quello del cielo con gli dei uranici, che avevano una preminenza di fatto; quello della terra con divinità e semidivinità telluriche e quello sotterraneo con gli dei degli inferi: tutti con pari dignità nei loro ordini. Né si trattava d'uno schema rigido, partecipando la Luna ai tre regni nelle manifestazioni di Selene, Artemide e Ecate.

Forse questa cacciata degli dei dal mondo per trasferire una divinità assoluta, perfetta e infinita al sommo dei cieli, fu l'aspetto meno comprensibile del Cristianesimo che il mondo dei pagi si trovò davanti e non si rassegnò ad accettare. L'universo della sua vita, del suo lavoro è abbandonato dagli dei: la terra ha un solo abitante sotterraneo, potente e dannato eternamente: Satana.

La predicazione, violentemente antipagana, identificò senza mezzi termini quelle antiche figure collegate alle forme telluriche con i demoni, gli spauracchi del regno del male, le proiezioni al negativo delle forze benefiche proprie dei luoghi e dei Santi della nuova religione.

Le prodigiose essenze delle erbe, le proprietà delle acque, le anomalie e i luoghi, i fondi dei laghi, i misteri delle foreste, i capricci dei fiumi, hanno ora signorie che gravitano verso un altro polo: quello negativo e Satana resta il signore incontrastato del regno abbandonato dalla variopinta combriccola di dei e semidei.

I Santi sostituiscono solo parzialmente i primitivi tutori: raramente uno di questo campioni della fede, sia pure aiutato dalla agiografia, riesce a identificarsi, per l'opera e i miracoli, con un luogo ... e dove non arriva il Santo a stendere il suo alone luminoso di protezione, spuntano il lemure, lo spettro, l'anima confinata, la fata e il folletto.

La cosa che forse più affascina questo mondo caotico di spettri, fate, streghe, Santi d'alquanto dubbia santità, esseri che tornano dal nulla, è la scombinata logica,l'anarchia diffusa, il fitto mistero sul quale legge e governi a questa vita indefinibile; chi è il sovrano senza nome di questi regni, a cosa mirano i suoi inesorabili decreti? E' un universo frantumato, bizzarro in cui non c'è confine tra ordine pagano e ordine cristiano, dove le leggi dell'uno contraddicono quelle dell'altro, senza però escludersi, e creando un codice caotico tutt'altro che fastidioso o repellente, forse perché assomiglia troppo a quello che regola la vita.

Dio è infinitamente lontano; Satana non si muove da padrone assoluto: qualcosa lo limita, lo condiziona, qualcosa che rimanda ad una legge antica, inafferrabile da ogni conoscenza umana. I defunti appaiono per misteriose concessioni nel mondo dei vivi, rimangono sulla terra fino al compimento di una teorica vita biologica interrotta da un delitto; oppure a periodici cicli di secoli è loro concesso di rivedere i luoghi della loro vita; ovvero conducono una vita parallela in orridi e solitudini.

Le fate, che conservano la condizione semidivina delle ninfe, sono sottomesse, per un periodo dell'anno, alla necessità di incarnarsi in una bestia, nelle cui spoglie seguono le leggi della vita animale, subiscono ogni oltraggio e ogni pena che può capitare ad un rospo o a una serpe, compresa la morte dalla quale sono preservate dalla loro consueta condizione. Così le anime vagano sotto forma di lucertole, di farfalle, di serpi, di millepiedi; i folletti e le streghe non possono entrare in una stanza dove sia una ciotola di semi senza contare ogni chicco, i loro poteri sono legati a una verga o a un cappuccio ...

Qui si tocca con mano che i documenti svisati e trasfigurati di cui siamo in possesso hanno perduto il contesto culturale nel quale sono nati e vissuti, per cui risultano per noi tanto pieni di fascino quanto incomprensibili, lontani come sono dalla logica alla quale appartengono.

E' evidente la tendenza a dare dignità e valore alla materia umiliata dal Cristianesimo, a individuare il divino anche nella femminilità, nell'ordine tellurico. A questo proposito colpisce una costante: la forza che combatte e vince il signore di questo mondo è di solito la Vergine, la donna che il Cristianesimo esclude dal sacerdozio e dal vertice del suo Olimpo. Questo sconcertante rapporto con il Serpente ha una storia antica: comincia nella Genesi e scende «per li rami» fino alla immagine devozionale della Madonna che, sulla falce di Luna, schiaccia col tallone la testa del nemico.

Il mondo contadino ha trovato sua quest'immagine assai diffusa e popolare, sia pure interpretandola nella propria chiave di valori.Vi ha trovato il modo di aggirare quel punto obbligato della visione cristiana, secondo cui l'uomo, per influire sulla natura, come ad esempio nel miracolo, deve per forza passare attraverso lo Spirito, entrando in un ordine trascendente con leggi incomprensibili.

Il mondo tradizionale non ha mai accettato definitivamente la frattura determinata dal Cristianesimo tra natura e spirito, ed ha conservato una visione integrale e onnicomprensiva della realtà. Una visione plotiniana gli è del tutto estranea, rifiutandosi d'avvilire l'ordine materiale a un puro cascame o negoziazione dello spirito.

Il sia pur rozzo principio tellurico del disordine e dell'istinto può cedere solo davanti a Colei che nel suo alveo materiale e mortale, ma misteriosamente destinato all'eterno, dà corpo, ospita e glorifica l'Amore Divino.

 

 

 

17.   IL PROGETTO DI COMUNICAZIONE.

 

 

Siamo in un'età nella quale comunicazione e produzione si configurano come un unico processo ed, essendo l'urbanistica un mezzo di comunicazione, i P.U.P. saranno anche dei processi finalizzati alla comunicazione.

La percezione del paesaggio diventa percezione estetica anche attraverso la sua rappresentazione, volta ad un conferimento di senso.

Il mito del giardino originario, cioè dell'Eden e dell'Arcadia, ha stravolto l'immagine del vero giardino?

Il vero è divenuto falso per aver voluto imitare, innaturalmente, poesia e pittura?

In qual modo la nostra percezione del paesaggio diviene percezione estetica; in qual modo si acquista cioè coscienza figurativa del paesaggio?

Essenzialmente a nostro avviso in due modi.

Al primo, assai raro, appartengono tutti i modi diretti che possono venir riassunti dall'idea del mito. Ogni qualvolta cioè un gruppo sociale sceglie un sito a luogo simbolico, vi riconosce un valore, distinto dalla natura, anche se ad esso dedicato, che avvia il luogo stesso a divenire oggetto, a definirsi dalle figure circostanti.

Sia che esso si presenti come monumento, come bosco sacro o addirittura come luogo proibito, testimonia, col suo essere in quel luogo, un particolare rapporto col territorio oltre che col suolo, rende invisibile l'interno circostante geografico.

Un secondo modo è quello indiretto, costituito dalle testimonianze che, estraendo pezzi di paesaggio dal contesto e comunicando attraverso particolari strumentazioni, lo caricano di una quasi oggettualità, che ce lo fa riconoscere come figura.

Ci riferiamo qui al ruolo che svolge la rappresentazione del paesaggio come qualità e quindi evidenza, e come quantità e quindi come conoscenza.

La pittura, la fotografia, la cinematografia, la fotogrammetria sono strumenti fondamentali di conoscenza del paesaggio, in quanto rappresentazione.

La cartolina con i saluti da Napoli riduce il paesaggio della città ai suoi schemi kitsch ma fondamentali (il golfo, il Vesuvio, i bassi, il mandolino, ecc.), e ce ne rivela, sia pure a livello minimo, le figure.

Ciò che noi oggi chiamiamo ambiente è qualcosa di molto diverso da ciò che questo termine indicava fino a qualche tempo fa.

Per un contadino medievale il concetto di ambiente e quello di paesaggio era largamente la stessa cosa.

Ciò che lo circondava, gli elementi della natura quelli costruiti dal suo gruppo umano, erano contemporaneamente le risorse a sua disposizione e lo scenario che accompagnava la sua vita.

Tutti gli elementi necessari alla sua sopravvivenza, al comfort ed al divertimento erano quindi sempre percepiti come realtà esistenti all'intorno: erano cioè percettivamente sotto controllo diretto.

Oggi tutto questo non è più vero, ciò che noi chiamiamo paesaggio non ha praticamente più nessun legame, nel nostro vissuto, con l'ambiente che ci circonda, da cui si traggono le risorse.

Assomiglia invece sempre più ad un insieme di foto che viene assemblato nella testa come una moviola (immagini viste dal finestrino dell'automobile, dalla finestra dell'ufficio, dall'oblo di una nave o di un aereo, dal pullman che ci porta alla gita), sia perché le immagini arrivano anche se non ci si muove (dalla TV, dalla stampa dal cinema).

Al paesaggio inteso come scenario ambientale, si sostituisce sempre più un percorso elaborato dai nostri sensi e dal nostro cervello.

I pezzi di cui si compone la realtà non sono più sotto controllo diretto, ma sono il risultato di una ricostruzione percettiva indiretta.

Sempre più grandi zone geografiche sono fisicamente abbandonate e dimenticate (perfino, ricordiamolo, dal cinema, dalla TV e dai mass-media in genere), se il paesaggio è diventato un percorso mentale più che una esperienza della vita quotidiana, se il territorio riconosciuto come proprio è solo quello che emette segnali particolari, non è difficile capire che lo “spazio” che rimane escluso da tutti e tre questi meccanismi è destinato ad essere terra di nessuno.

E ciò significa non solo “territorio che non mi appartiene”, ma per esclusione “territorio che appartiene ad altri - che non riconosco come miei alleati - e quindi che appartiene a nemici”.

L'incuria, il disprezzo, il vandalismo cui vanno soggetti sempre più larghe fasce di territori e beni teoricamente “collettivi”, non sono dovuti ad una mutazione genetica che ha fatto nascere uomini più cattivi, più vandali, più incivili.

Sono invece il risultato di una mutazione materiale e culturale, che ha rovesciato oggettivamente, e non per cattiva disposizione degli interessati, le modalità fisiche dell'ambiente e le modalità di identificazione del singolo con l'ambiente.

La riappropriazione delle “terre di nessuno” non passa da atteggiamenti moralistici e punitivi, e probabilmente nemmeno dall'appello a valori tradizionali che semplicemente non hanno più ragione di esistere.

La strada giusta è probabilmente quella di costruire una nuova capacità di percezione dell'ambiente, più sensibile e più attenta, in grado di ricostruire con mediazioni diverse un legame tra l'individuo e l'ambiente.

Dove per ambiente si dovrà obbligatoriamente intendere “tutto”, dal continente australe fino alla metropolitana, dal ciclo dell'azoto fino al candeggio del bucato.

 

 

 

 

... sono molti i giardini al tramonto. Il sudario grigio e rosa li ricopre e pochi sono coloro che ne ascoltano il canto.

 

                                                                                                                       F. Garcia Lorca

 

 

 

 

 

     Verso la fine degli anni sessanta non si costituì forse a New York una Witches International Craft Association (WICA) con partecipazione americana e dell'Europa occidentale? Nel 1970 è stato tenuto in Central Park un Witch-In, ed esistono, non occorre dirlo, un Movimento di Liberazione delle Streghe, un servizio Informazione Streghe, e una Lega Contro la Diffamazione delle Streghe.

           Si tratta di un noto fenomeno di toc ... toc ... nei mobili e nelle travi, prodotto da un parassita del legno come richiamo d'amore

           E' un fenomeno particolare che si determina al momento in cui il sole splende dietro le nuvole come se illuminasse un altro mondo, lasciandosi vedere solo attraverso un varco dalla zona della terra che resta nella penombra

           Pontificale Romanum, Clementis VIII et Urbani PP. VIII, Bruxellis 1735. Si tratta del rituale ufficiale per le funzioni competenti ai vescovi.

 

        

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