Campagne di Città

 

Metà della popolazione mondiale ormai vive in centri urbani e si stima che entro la metà del secolo più dei due terzi dell'umanità vivrà in un continuum urbano rurale, luoghi ibridi che non sono più urbani ma neppure rurali.” L’intero pianeta si sta trasformando in un’immensa meta città che si fa mondo. La città, che nel Settecento ed ancora nell'Ottocento, racchiusa com'era dalle mura, si ergeva sul livello della campagna e ne era nettamente separata, è divenuta ora un organismo diffuso il cui limite è sempre meno percepibile. Una globalizzazione territoriale che riduce ad unicum un paesaggio fatto di memorie, storie, vissuti, diversità come fosse un territorio di attraversamento senza più soste, senza più segni di identità. Risulta per questo di grande interesse lo studio degli effetti prodotti dalle dinamiche di trasformazione degli spazi periurbani o le sue potenzialità ecologiche inespresse. I territori della periurbanità conservano spesso caratteri di forte naturalità che assumono valore strategico proprio per la loro vicinanza ai tessuti edificati della città. Gilles Clément nel suo saggio “Manifesto del terzo paesaggio” parla appunto delle potenzialità ecologiche espresse dalle friches, i territori residuali (délaissé) e incolti, ormai abbandonati dalle attività dell’uomo, o mai sfruttati ma che presi nel loro insieme sono fondamentali per la conservazione della diversità biologica.“La friche, uno spazio concetto, propone una forma di biodiversità che nasce dalla trascuratezza e dall’abbandono. Sono le aree dismesse dove crescono rovi e sterpaglie, sono spazi diversi per forma, dimensione e statuto, accomunati solo dall'assenza di attività umana, ma che presi nel loro insieme sono fondamentali per la conservazione della diversità biologica. Anche la campagna, quella che circonda le città, è colta sempre più come espansione di una città che così diventa sempre più periferica e con una ruralità diventata urbanizzata. Sono stati per questo coniati termini come disurbanamento  e “rurbanizzazione”, che dovrebbero indurci a ritenere superata la vecchia distinzione  tra città e campagna, tra aree urbane e aree rurali ed utilizzare espressioni ibride come “campagne urbane”. “La città è ovunque; quindi non vi è più città” (Cacciari, 2004). Nascono così paesaggi in cui si vanno delineando nuove ecologie portatrici di proposte inedite di sostenibilità e di nuove forme di spazialità. Le aree urbane sono poi solitamente più calde di alcuni gradi e  per questo le parti coltivate divengono importanti, a loro volta, per abbassare e bilanciare il clima. Tuttavia anche se in anni recenti, l’agricoltura urbana è stata presentata come una «soluzione innovativa», ci si dimentica che i nostri nonni coltivavano i Giardini della Vittoria per integrare le razioni degli anni di guerra e parchi storici come il Common di Bristol erano utilizzati per nutrire le pecore. Nelle città africane e asiatiche la popolazione più povera riesce a procurarsi da vivere, coltivando piccoli angoli di terra, allevando polli e ricorrendo ai saperi appresi dalla campagna. L’agricoltura urbana in realtà è ed è sempre stata parte integrante della città. Nutrire le grandi megalopoli del futuro è una sfida enorme e non è un caso che la FAO spenda grandi risorse in programmi di agricoltura urbana. L’ansia di produrre di più a costi inferiori ha reso però fragile la catena alimentare, esponendola al rischio di contaminazioni e manipolazioni. Non solo: la macchina creata per generare abbondanza e liberarci dal bisogno sta schiacciando i principali depositari della sapienza agricola, i piccoli contadini, che pagano il tributo più alto al potere del mercato globale. Di contro le crisi, a partire da quella ambientale per finire con quella economica, hanno spinto molte persone a recuperare sensazioni e saperi perduti. Nell’agricoltura urbana si vanno delineando così indizi di nuove ecologie tra territorio e società, in parte dipendenti dalla cultura urbana e da quella rurale, ma per molti aspetti portatrici di nuove  proposte di sostenibilità e di nuove forme di spazialità urbana. Teorico di questo nuovo sentire , che con il nome di Agripolia ha l’intento di portare le coltivazioni agricole nei centri urbani,  è Pierre Donadieu autore del saggio “Campagne urbane”. Si tratta di una proposta agriurbanistica che si fonda su cinque principi. Valori sociali intangibili: libertà, uguaglianza dei diritti, solidarietà, democrazia. Glocalismo: globalizzazione e localizzazione regionale delle politiche urbane. Autonomia alimentare di prodotti freschi: per mezzo di agricolture di prossimità. Multifunzionalità dello spazio urbano non costruito. Governance territoriale e partecipazione degli abitanti. Oggi nelle aree cittadine d’Italia, si coltivano quasi 2 milioni di ettari e cresce il sostegno delle amministrazioni comunali al «city farming» riuscendo ad offrire  così un aiuto alle famiglie e sottraendo all’incuria e al degrado i terreni incolti. Gli orti urbani da hobby del fine settimana sono diventate una pratica quotidiana per superare la crisi. A Roma, terra di orti, come testimonia la presenza dell’antica Università degli Ortolani e la mappa del Nolli del 1748 che riporta orti dentro e fuori le mura rimasti fino ai giorni nostri, Zappata Romana  dato vita all’Hortus Urbis un progetto didattico sperimentale di difesa della biodiversità . Conterrà una selezione di piante utilizzate ai tempi dell’antica Roma. Circa settanta le varietà fra quelle utilizzate per usi alimentari, medicinali, ornamentali, selezionate fra quelle citate da Columella, Plinio il Vecchio, Catone, Virgilio e le preziose scoperte degli scavi di Pompei. Sempre a Roma, attraverso il portale di crowdfunding per una progettazione sostenibile, la cooperativa sociale Ora d’Aria, fondata da persone libere e recluse, ha proposto di far produrre alle detenute di Rebibbia una nuova linea di vasi per orticultura e giardinaggio urbano,destinata a tutti quei cittadini che vogliono avere un orto sul proprio balcone o terrazzo. Nell’area metropolitana di Monaco di Baviera, il progetto Agropolis - Agricoltura per la città di domani, sviluppato da un team interdisciplinare di architetti, urbanisti e paesaggisti si propone di introdurre l’agricoltura urbana nella regione metropolitana, promuovendo reti regionali verdi. La sperimentazione verrà condotta nell’area di Freiham (20.000 abitanti futuri) e costituirà materia di  studio per lo sviluppo di futuri processi di trasformazione urbano-rurale. L’urbanizzazione comprenderà strutture e funzioni sia dei processi rurali che di quelli urbani. Assieme a diverse pratiche agricole come la rotazione delle colture, dei prati, dei pascoli,  degli orti, e dei frutteti introdurrà la coltivazione agricola in balconi, case, giardini, parchi e giardini comunali. E’ stato notato che la pratica dell’agricoltura urbana, grazie alla qualità della vita ed al valore ricreativo che offre, attira visitatori e utenti e costituisce, in termini economici, un valore aggiunto per tutta la città. A Monaco, già città sostenibile per le politiche energetiche, verrà aggiunto il marchio di Agropolis, progredendo così sempre di più verso la sostenibilità.

Si chiama UFU, Urban Farm Unit, l’invenzione dell’architetto Damien Chivialle  presente in alcune realizzazioni a Parigi, Zurigo, Berlino e Bruxelle che sfruttando la modalità di coltivazione acquaponica permette di coltivare ortaggi in qualsiasi luogo della città. Si tratta di un container con installata sopra una serra. L'acqua circola all’interno della struttura in una sorta di ciclo chiuso: gli escrementi dei pesci vengono degradati da popolazioni batteriche contenute in uno speciale bacino di depurazione e trasformati in nutrienti per le piante. L’acqua residua della coltivazione torna poi alle vasche di allevamento dove ricomincerà il suo ciclo. Durante il procedimento si produce l’energia necessaria ad alimentare l’UFU recuperando dal bacino di depurazione il metano prodotto dall’azione dei batteri e riutilizzato per alimentare un generatore.

Rivendica modalità altre di utilizzare la città, che vadano oltre quelle usualmente stabilite e lo fa attraverso il libro La Ciudad Jubilada (La Città dei Pensionati), l’architetto Pau Faus.

Si tratta di una ricerca sugli orti urbani che descrive il fenomeno di autogestione ed il contrasto tra le idee degli urbanisti delle municipalità e quelle dei cittadini. Nella periferia di Barcellona, un gruppo di pensionati ha ricavato orti da fazzoletti di terra abbandonati. Ciò che rende questa storia meritevole di essere raccontata non è il fatto che coltivino senza scopo di lucro , regalando tutto ciò che raccolgono , quanto che nonostante il divieto della municipalità,  si siano costruiti i loro orti ai piedi di rotatorie in circonvallazioni, sotto pali dell’alta tensione, a pochi metri dalle rotaie del treno od in margini imprecisi di  terreni bagnati dall’ultimo braccio dei fiumi che delimitano Barcellona .

Nell’ambito del progetto Eu’GoEuropean Urban Gardens Otesha (Il termine otesha è swahili e significa “una ragione per sognare”) si è svolto a Potsdam, in Germania, il primo di una serie di incontri su orti e giardini condivisi in Europa.  La partecipazione di molti paesi ha consentito lo scambio di esperienze tecnico-operative ma anche di analisi degli impatti sociali che questo fenomeno sta producendo un po’ ovunque. Ne è uscito che la motivazione determinante del dedicarsi all’orto è data dalla necessità di fare comunità e di ricercare nuove relazioni di solidarietà e partecipazione. La povertà che stiamo vivendo non è solo economica ma anche di valori e di coscienze. Sono ormai in molti a pensare che il coltivare un orto possa assurgere a simbolo di una lotta contro le multinazionali o gli interessi della speculazione edilizia. La coltivazione dell’ orto permette di ritornare alle proprie radici sentendosi parte di una rete più grande che rifiuta il modello del consumatore passivo impostoci negli ultimi decenni. E’ una nuova sensibilità che si sta diffondendo in tutte le fasce di reddito, sempre più colpite dalla crisi e dal pensiero che il modello di società capitalista a cui siamo sottoposti possa non funzionare. Esiste ormai un vasto movimento che presenta volti diversi: dalle occupazioni degli orti urbani ai Gruppi di Acquisto Solidale, che non solo condivide un’idea diversa di agricoltura, ma anche di tutela dell’ambiente. Un libro recente, Apocalypse Town dell’urbanista Alessandro Coppola, mostra come città americane in fase di deindustrializzazione, da Youngstown a Detroit a certe parti di New York si siano reinventate nell’uso dello spazio urbano, di cui gli orti del Lower East Side di Manhattan sono l’esempio più conosciuto. Vancouver  una delle città più grandi del Canada (620 mila abitanti) è anche conosciuta come la città degli orti urbani. Ospita  infatti circa trenta «fattorie urbane», piccole iniziative che coltivano prodotti alimentari per poi venderli, all’interno dei confini della città. Mentre diminuiscono le fattorie in tutto il Canada, sta crescendo il numero di quelle in città. Di fronte all’invecchiamento degli agricoltori canadesi sta invece emergendo una generazione di contadini urbani, tra i venti e poco più di trenta anni, con nessuna tradizione contadina alle spalle, senza terra e capitali ma con la voglia di sperimentare qualunque coltura e in qualunque posto. Per la maggior parte utilizzano una pluralità di lotti di bassa qualità attraverso accordi con proprietari di terreni che li sostengono in cambio di una parte del raccolto. Le città sono diventate degli incubatori per gli agricoltori urbani che possono contare anche su opportunità addizionali di reddito non agricolo e sostegno sociale.

A Todmorden, un comune dell’Inghiliterra, gli abitanti coltivano i propri ortaggi in ogni luogo pubblico che lo permetta con l’obiettivo di diventare completamente autosufficienti nel giro di pochi anni. Il progetto si chiama Incredible Edible (incredibilmente commestibile) e si prefigge di rendere Todmorden autosufficiente per frutta e verdura entro il 2018. Quel che colpisce di più, è l’armonia con cui il progetto procede, nessuno raccoglie più di quanto gli è necessario e le aiuole sono ovunque anche in luoghi insoliti come davanti alla stazione di polizia, al comune, o addirittura nel cimitero. Incredible Edible è anche un progetto di educazione alimentare , sono infatti attivi diversi corsi e lezioni sull’orticoltura e su come conservare i raccolti. L’iniziativa ha sicuramente fatto notizia ed in Inghilterra sono gia 21 i comuni che stanno iniziando a sperimentare dei progetti di questo tipo. Londra ricca di verde e di parchi, ha voluto lanciare una nuova iniziativa: quella dei “parchi tascabili”:.I ‘Pocket Parks‘. Non più grandi di un campo da tennis  sorgono con l’obiettivo di migliorare alcune aree compromesse dallo sviluppo urbano. Conterranno spazi per far giocare i bambini, zone di relax, attrazioni e vasti angoli per le coltivazioni bio di frutta e verdura e per la raccolta dell’acqua piovana. Nonostante l’inquinamento e il paesaggio urbano  possa sembrarci poco adatto , si sta facendo invece strada la cosiddetta 'apicoltura di città'. Sono davvero tanti i posti dedicati alla produzione di miele: dai balconi di Londra ai grattacieli di New York. C’è anche un miele pregiato prodotto negli alveari posti sui tetti del Grand Palais di Parigi. Dal 2010, quando l’amministrazione di New York ha eliminato il bando all’allevamento delle api da miele si calcola che sui tetti newyorchesi siano state installate oltre quattrocento arnie. Si contano ormai una ventina di club ufficiali di apicoltura e lo scorso settembre 2013 si è anche tenuto il New York City Honey Festival .Proprio il Brooklyn Grange, il più grande giardino pensile di New York ospita la maggiore installazione cittadina di arnie e grazie anche a un programma di crowdfunding è anche stato avviato un progetto per la selezione genetica di api adatte all’ambiente urbano di New York. In Italia, invece, esistono le cosiddette 'città del miele' dove la qualità della vita è misurata proprio dalla presenza delle api, preziose perché contribuiscono a difendere la biodiversità, favorendo l’impollinazione e quindi la sopravvivenza delle numerose specie vegetali che vivono nella città. Per concludere possiamo dire che in una società in cui urbano e rurale sembrano sempre più confondersi, credo sia importante costruire i nuovi ambiti a partire da quegli spazi di natura nei quali l’agricoltura non solo è viva, ma si rinnova . Occorre per questo creare ambiti adatti a soddisfare i bisogni dei cittadini, sia per le produzioni alimentari che le attività di tempo libero perché  possano costituire l’agora di una società multiculturale. Nel riscoprire il Genius Loci, senza idolatrare le radici ed escludere lo straniero, dobbiamo tenere a mente che l’identità si costituisce nella diversità e l’ospitalità è più antica di ogni frontiera. Le campagne urbane ben si prestano ad accogliere l’arrivo di migranti, per inserirli in un grande flusso demografico di ripopolamento delle aree interne e di valorizzazione dell’agricoltura. Succede già nelle campagne d’Emilia  dove le produzioni di parmigiano reggiano sarebbero in crisi senza la presenza di indiani e pachistani. Nelle terre d’Italia, per secoli si è sviluppata un’agricoltura che ha reso ricche le  nostre tante città ed ha consentito il fiorire dell’artigianato, della mercatura, dell’arte. Ancora oggi quelle terre potrebbero accogliere e proteggere in forme nuove, la straordinaria biodiversità agricola del nostro paese .Nell’ attività del fare infine dovremmo riconoscerci come costruttori e assieme manutentori dei territori che abitiamo, dovremo avere come ci ricorda Massimo Venturi Ferriolo un comportamento etico.” Ethos, che in origine, aveva il significato di tana, stalla , luogo che l’uomo, in quanto costruttore, si era costruito per abitarvi. In questa attività incessante nell’ethos, nel luogo dell’abitare, ciascuno ha la propria parte, e questo è il nomos, che per noi significa la legge, la norma, la consuetudine che è diventata legge, ma in origine, per gli antichi greci, era il pascolo, cioè la parte che veniva attribuita a ciascuno nell’ethos per la propria sopravvivenza. Vi è quindi un rapporto di partecipazione, nel significato proprio di avere parte, cioè ogni uomo partecipa del proprio luogo, ha una responsabilità verso esso, che è quella che chiameremo responsabilità etica. Quindi non c’è etica senza luogo, cioè l’etica nasce dal luogo e con il luogo”.

 

 “…vorrei che mi fosse cara la campagna,/l’acqua che scorre nelle valli/e potessi con umiltà/amare le foreste, i fiumi./ Felice chi si avvicina al cuore delle cose/ e calpesta la paura d’ogni paura,/il fato inesorabile,/il frastuono ossessivo di Acheronte”.

 

Publio Virgilio Marone,

Georgiche, libri II, 490-492

 

 

 

Immaginario urbano, tracce mnestiche ,

e giardini per l’anima

 

Abbiamo acquisito nel corso degli anni , una nozione di luogo di tipo antropologico, molto diversa da quella che ha caratterizzato la cultura del passato. La produzione di narrazioni visive ha costruito un sistema talmente esteso e sofisticato da essere profondamente commisto con quello della realtà fino a diventarne omologo. Intorno a questa nozione si può costruire la nuova urbanistica, e soprattutto si possono definire nuovi strumenti.

Per sconfiggere l’omologazione della realtà, che arriva fino all’omologazione del desiderio, occorre attivare le capacità immaginifiche attraverso la nostra soggettività. Se la frontiera fra reale e immaginario è un confine sfumato e se l’immaginario interagisce con il reale, non è cosa assurda ipotizzarne il territorio, che non sarà meno reale di quello reale. Un esempio di questo territorio è Hameln , cittadina diventata famosa grazie alla leggenda del pifferaio magico (Rattenfänger). Posizionata nel cuore delle colline del Weser (Weserbergland), la città storica è caratterizzata da numerosi edifici nello stile del Rinascimento del Weser e da una mirabile architettura a graticcio. Tra le mete da non mancare vi è la via Bungelosenstrasse, che divenne famosa proprio grazie alla leggenda del pifferaio magico. In questa strada non si suona nessun strumento musicale da più di quattrocento anni, di qui passarono, verso il paese della leggenda, i bambini di Hameln seguendo il pifferaio magico. Oggi , attirati dalla leggenda, arrivano ogni anno migliaia di turiati. Gli unici roditori visibili sono quelli delle vetrine dei pasticceri. La vera Hameln è diventata quella della leggenda.

La letteratura può divenire uno strumento utile allo studio della città in quegli ambiti trascurati dalla disciplina urbanistica, tutta tesa all’utilizzo di  indici quantitativi ma poco attenta a quelli qualitativi.

Dai testi letterari possiamo cogliere lo spirito della città , dare corpo ai cittadini che la abitano, con le loro sensazioni, i loro desideri, i loro bisogni.

Il poeta, lo scrittore , legge la città, la interpreta, ne coglie l’estrema essenza. Nelle alte montagne, ai limiti del coltivabile  sono state le narrazioni collettive di paure e leggende a  caratterizzare il paesaggio e a rappresentare una storia collettiva per molto tempo viva.

Per questo diventa importante coniugare la coscienza ecologica assieme alla difesa della identità e della memoria che sono riflesse in ogni paesaggio. La metafora del paesaggio come teatro, suggerita da Eugenio Turri è una lettura che mostra il valore e l'incidenza di ogni antico scenario sull'uomo e sulla propensione a rispecchiarvisi e a sentirlo come proprio . L'uomo si comporta nei confronti del territorio in cui vive come attore che modifica l'ambiente con il suo operare, e come spettatore che  comprende il significato del suo agire.

Nel corso dei secoli l’uomo ha sviluppato  la capacità di costruire il paesaggio - teatro, nel quale si intrecciano cultura e natura. Questa capacità potrà crescere solo con una "educazione a vedere" estesa all'intera società e se  nella stesura dei piani di azione , naturalisti, geografi, storici, artisti, poeti, architetti ed urbanisti coglieranno il paesaggio nelle sue specifiche valenze culturali - memoria, tradizione, leggende, origine dei toponimi ecc. - contro le spartizioni disciplinari

Per questo sarebbe importante tracciare una mappa delle”scene” che hanno fatto da sfondo  ai grandi personaggi del mondo dell'arte, del cinema, della letteratura e della musica. Una mappa dei luoghi che consenta il perpetuarsi di topofilie e di quelle rappresentazioni simboliche che  legano gli abitanti al loro territorio.

Prendendo l'ascensore per Castelletto come non ricordare l'ascensore di Giorgio Caproni e del paradiso inaccessibile?. Così come entrando nella città vecchia attraverso la porta dei Vacca non può non venirci alla mente che quelle antiche mura pare siano state erette in soli otto giorni per proteggere Genova dal Barbarossa.

Ed ancora via del Campo e i portici di Sottoripa, e salita Pollaioli con l'antico Caffè degli Specchi, che ha suggerito dei bellissimi versi a Dino Campana o la Riviera di levante, che ha ispirato note canzoni di De Andrè, come "Bocca di Rosa" alla stazione di Sant'Ilario.

Questi luoghi della memoria, che potremmo chiamare “ Giardini dell’anima”  sono allo stesso tempo uno spazio fisico e uno spazio mentale: al territorio come si presenta ai nostri occhi, si sovrappone infatti uno spazio emozionale analogo a quello in cui si trovarono i vari autori quando produssero le loro opere.

I Giardini dell’ Anima , potranno essere costituiti da spazi fisici , parchi, piazze o piccoli fazzoletti di verde ma anche da spazi mentali dove un gesto poetico, artistico, od una semplice targa ricordi uno scenario, un evento. I Giardini dell’Anima  sono luoghi in cui educare i nostri occhi, a leggere il paesaggio e a coglierne la bellezza ."Guardare il paesaggio non è mai mera contemplazione, ma è un processo altamente selettivo nel quale l'attore raccoglie indicazioni sul modo in cui, nel suo rapporto con il mondo, deve agire per soddisfare i suoi bisogni o interessi." (Charles Morris)

Anche le rovine, gli edifici ormai ridotti a ruderi, tutti gli elementi e gli oggetti che hanno perso la loro utilità possono depositari di quel carattere mito-poietico che l'edificio intatto oggi difficilmente possiede.

Questa caratteristica è dovuta all'emergere di forze immateriali, di suggestioni imprecisabili, o, come sostiene in un suo saggio celebre Simmel: «perché la rovina d'una costruzione mostra che nella distruzione dell'opera sono cresciute altre forze e altre forme, quelle della natura, per cui un'opera dell'uomo viene percepita in ultima analisi come un prodotto naturale»".

Opere che "costituiscono quasi dei «ricettacoli d'immaginario », sorta di accumulatori, capaci poi di propagare la loro «carica simbolica» anche a tutto l'intorno".

Dorfles ritrova questo fenomeno ovunque si manifesti quella che egli definisce trasformazione semantica, immaginando poi che "soltanto nelle rovine, nei relitti di costruzioni ormai restituite alla condizione quasi vegetale di muri sbrecciati ricoperti dall'edera, sia possibile ritrovare il fascino d'un «Immaginario Architettonico».  

I Giardini dell’Anima, allo stesso tempo strumento urbanistico e progetto comunicativo, spazio fisico o solamente mentale,  sono alla fine , depositi immensi dove attingere e riadattare un patrimonio di storie e di miti da rielaborare nell’arte e nella cultura come in  un‘opera sempre aperta.

Dai romantici in poi la cultura moderna ha prescritto all'esperienza estetica di costruire un nuovo universo simbolico capace di rimitizzare sempre di nuovo, l'esperienza umana, una volta che "gli dei hanno abbandonato la terra" (Holderlin). Da allora é proprio dall'esperienza artistica che gli uomini hanno atteso "un dio nuovo" (Nietzsche). Non sappiamo se esso sia giunto, né se dalle arti lo si possa (o debba) ancora ragionevolmente attendere. Ma é certo che i mondi che esse hanno saputo creare restano ancora, per noi, abitabili.

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AGRICOLTURA

È DISEGNARE IL CIELO

 

La cultura scientifica, instauratasi in Occidente dal Seicento in poi e che oggi occupa gran parte del pensiero della destra, della sinistra e del mondo cattolico, non vede nella natura un senso morale ma solo un complesso di leggi, sempre in discussione per scoprirne nuove, la cui decodificazione è finalizzata all'utilità materiale. La natura intesa così solo come materia prima e risorsa per lo sviluppo economico è oggetto di trasformazione per un uso strumentale più o meno breve e la sua destinazione ultima è quella di rifiuto.

 

La coltivazione della terra non è un settore dell'economia ma la più alta possibilità umana di guidare la natura e conoscere le sue leggi, per questo in molte tradizioni il contadino è il lavoratore più vicino a Dio.

L'agricoltura industriale costituisce invece una delle attività più distruttive dei campi e della conoscenza della natura.

La crisi economica attuale fa riemergere l'undicesimo comandamento "Mangerai il pane col sudore della tua fronte" che è fondamento della dignità umana.

Dopo le ansie degli ultimi due secoli e il fallimento di una società dei consumi che ha creato il deserto per le future generazioni, la salvezza dell'umanità è affidata al ritorno dei contadini al vertice della società.

Non è facile, in regime di democrazia dell'immagine, trovare dei politici capaci di anticipare le necessità del loro popolo e ammaestrarlo, perché occorre contraddire i desideri immediati di molta gente a cominciare dai più potenti. Dall’altra parte, si riconoscono compensi agli agricoltori e li si chiama “custodi”. Custodi di cosa? Del museo della campagna? Di un ospizio grande come questa pianura? La terziarizzazione dei contadini

come giardinieri del paesaggio e della biodiversità mi fa impressione. Le varietà tradizionali sono eredità, patrimonio e memoria, così come lo sono le fotografie dei propri vecchi, i saperi di famiglia e la terra di casa: se qualcuno ha bisogno di un compenso per conservare le fotografie dei propri vecchi e per tenere in vita i documenti della propria cultura è meglio che li perda.

Non si conserva il patrimonio varietale se si dissolve il tessuto rurale che lo ha generato e conservato e fatto evolvere: non ha senso piantare semi se si estirpano i contadini.

 

Nel giro di pochi anni in Italia è esplosa la moda della tipicità. Per la ridondanza della comunicazione e la moltiplicazione di iniziative di promozione, un po’ tutto nel campo agricolo e alimentare è diventato tipico; e ora questo aggettivo è generico e povero di significato. La tipicità è divenuta un surrogato della qualità e da sola basta a evocare la

nostalgia per le “buone cose di una volta” e a sollecitare il bisogno di genuinità. Ci sono trasmissioni televisive, riviste e manifestazioni che di questa parola hanno fatto una bandiera e ne hanno abusato fino a vuotarla di significato. Ma non è l’unica parola che comunica con leggerezza la qualità: dopo di lei, in un’ideale classifica delle parole più

abusate intorno ai prodotti, possiamo trovare tradizionale, e poi locale,  genuino, per non parlare di naturale (come, per definizione, un “prodotto” non può essere!). L’uso disattento delle parole legate alle produzioni di qualità può eroderne il senso, sciuparne il significato e disorientare chi sceglie e acquista.

Tipico rinvia a qualità costanti e uniformi, ha a che fare con il “tipo”, cioè il “modello”, e male si adatta ai prodotti locali che, al contrario di quelli industriali, non possono mai avere caratteristiche di forma, di aspetto e di sapore omogenee. I prodotti locali sono particolari, sono legati a un tempo, a un luogo e a una cultura. Non sono mai un “modello”: piuttosto sono unici; in un certo senso, si potrebbe dire che sono interpretazioni di un modello, aderenti in modo specifico a un contesto storico e territoriale.

Con il mutare del contesto (e, di luogo in luogo e di tempo in tempo, il contesto muta incessantemente) mutano i prodotti. Astrarli dal loro contesto e dalla loro variabilità per ricondurli a un modello unico significa eliminare i caratteri di luogo, tempo e relazioni che li rendono specifici e ne fanno un documento; e quando il prodotto-documento

diviene prodotto-merce, non restano che le sole caratteristiche nutrizionali e di gusto.

I prodotti locali sono stagionali e artigianali, caratterizzati da elevata diversità e variabilità, hanno un nome e un sapore localmente noti e condivisi; sono eredità e rappresentano un patrimonio collettivo per le comunità che ne preservano la memoria e ne tramandano la

preparazione; segnano il punto d’incontro di un luogo e di una cultura nel tempo; sono adatti alla vendita diretta, alla filiera breve e al mercato di prossimità.

Ma sono anche frutto di un’agricoltura (anch’essa) locale e ben diversa da quella industriale; un’agricoltura che è fondata sull’azienda familiare, dove il lavoro è prevalentemente svolto dal titolare, dai suoi familiari e conviventi; che si sviluppa su estensioni limitate, con colture diversificate, legate alle stagioni, che contribuiscono a disegnare un paesaggio agrario articolato, caratterizzato dalla ricchezza di colture e di

varietà, dove convivono frutteti e vigneti, cereali e ortaggi, boschi e pascoli; che privilegia le risorse locali e, tra queste, le varietà e le razze tradizionali, riprodotte in autonomia o scambiate in ambito locale.

 

 

Con la moda del tipico, sono fioriti intenditori, esperti, assaggiatori e numerosi altri personaggi di un nuovo intrattenimento che ruota intorno alla scoperta di varietà, prodotti e piatti locali e alimenta un numero crescente di siparietti televisivi, riviste, degustazioni guidate, “laboratori” e soprattutto guide, nelle quali si comunica anche ciò che è buono e ciò che non lo è e come deve o non deve essere fatto.

Ma la consapevolezza di come devono essere fatte le cose in un luogo appartiene alle persone che lo abitano. Sono loro che, insieme, sanno quando le cose sono fatte “come-Dio-comanda”, cioè: per bene; loro che, localmente, approvano ciò che è buono, ciò che è lecito e ciò che non lo è; loro che validano la continuità e legittimano l’innovazione.

I gusti e le opinioni comuni non sono regolati dalle norme scritte, ma corrono tra la gente per notorietà, che è conoscenza e giudizio condiviso, che ha a che fare con ciò che passa di bocca in bocca, e lega il gesto con la sua imitazione. A suo modo, la notorietà svolge una funzione di controllo e sanzione sociale (come il pettegolezzo), definisce e consolida l’appartenenza a un luogo (come la memoria collettiva e l’immaginario sociale); regola l’uso degli aggettivi nel linguaggio comunitario; è motore identitario.

I nomi dei luoghi, il tempo delle semine, la moralità dei comportamenti, il decoro delle strade, l’uso della lingua, le ricette di piatti e prodotti, il gusto locale del vino, li conosce la gente: bisogna chiederli a loro, in quel luogo, non agli esperti di turno.

La ricetta di un prodotto o di un piatto, quella unica, autentica, tipica, da trasferire in un disciplinare è una mistificazione: di quel prodotto o di quel piatto sono vere tutte le ricette che la gente conosce e pratica per consuetudine e tradizione: diverse per ingredienti, dosi e procedimento da un luogo all’altro o, all’interno di una stessa località, da

una famiglia all’altra (e da una donna all’altra). Nessuna ricetta è più autentica di un’altra se, in un luogo, è riconosciuta dai suoi stessi abitanti; proprio come delle molte forme della lingua locale - parlata con parole e sfumature diverse da paese a paese, anche a distanza di pochi.

Quelli che si sforzano di definire un’unica vera ricetta - quella da omologare attraverso un disciplinare o una regola, e da imporre come autentica e originale - compiono un atto di arroganza e incultura, perché concorrono ad annullare le specificità locali, a erodere la diversità dei sapori, a uniformare patrimoni di esperienza, a espropriare le comunità

del diritto di raccontare e giudicare i propri prodotti, le proprie ricette, il proprio vino.

 

Come i prodotti, così l’uso degli spazi e dei materiali, le ragioni del decoro, i colori e le forme in un luogo sono parte del linguaggio locale, espressione di un gusto, di regole e di consuetudini locali: è bene che li decida e li giudichi chi ci vive, purché ci viva davvero. Così è nei paesi e così è per la campagna. Ma questo non è ciò che succede, e sempre più le campagne mostrano segni di una colonizzazione del gusto di chi non

ci vive e non ci lavora. Così oggi un po’ dovunque – frequenti in Umbria e in Toscana – si

incontrano paesi bomboniera, dove tutto è pulito e in ordine e così coerente con il contesto architettonico e ambientale, e dove ogni casa è ristrutturata con attenzione filologica: pietre bene in vista, via le baracche e le lamiere! meglio i coppi, e meglio se sono come quelli di una volta, magari corrosi o macchiati ad arte, meglio ancora se sono

proprio quelli di una volta. Sono presepi per turisti e villeggianti: non ci sono quasi più botteghe, molte sono diventate garage: le poche rimaste vendono prodotti tipici ben presentati, ricordi, vasellame e inutilità da turisti, o sono boutique. Care da matti, ché i pochi del posto comprano altrove. Non c’è biancheria appesa ai fili, né bambini per strada. Non c’è odore di letame nelle vicinanze. In estate scoppiano di cittadini e stranieri che ci vanno quindici giorni a riposare e per quei quindici giorni tengono una casa vuota tutto l’anno. In inverno sono sepolcri: con molti residenti e pochi abitanti.

Poi ci sono i paesi abitati e sono diversi dalle “bomboniere”. A volte la gente colta ci passa e torce il naso e dice che quel balcone di cemento non dovevano permetterlo e che le lamiere sul tetto del magazzino fanno schifo e gli indumenti stesi sopra la strada stanno

male, e chiocciano con sapienza che sul selciato ci volevano le pietre, non l’asfalto.

Come una volta. Esteti compiaciuti e incontinenti, passano, giudicano e ritornano in città, dopo avere affermato cosa è decoroso e cosa è inopportuno o indecente. Però si appagano di chi sta piegato sui campi, e prima di tornare in città acconsentono che il calore della legna è “un’altra cosa”. Proprio come se lo sapessero.

Se è usata, una baracca di legno e lamiera per tenere gli attrezzi è più decorosa di qualunque casa da villeggianti, benché rispettosa, così consapevolmente rispettosa, dei materiali e delle forme originarie. Le ragioni che nascono dai libri, dai banchi dell’università, dai pregiudizi di chi è esterno a un luogo, in quel luogo non hanno alcun valore.

 

Non è facile per nessuno sporcare di terra le parole sull’agricoltura: questo è il tempo della comunicazione, è la civiltà dell’immagine, dove le parole bastano a sé stesse e qualche volta parla di più chi meno sa; così penso a chi predica il “ritorno” alla terra e a quei

cittadini scolarizzati come me che, quando vanno a vivere in campagna, li riconosci facilmente perché sono quelli che fanno la lezione agli altri.

Un po’ moralisti, un po’ millenaristi, a volte teorizzano il “ritorno” alla terra anche se ci vanno a vivere per la prima volta. Parlano con sicurezza di agricoltura biologica, biodinamica, sinergica o del non-fare; parlano di permacoltura, di orti circolari o a spirale; cercano le “antiche” varietà, anche se ancora non hanno provato a zappare un orto; e

appena lo fanno già si sentono contadini.

Va tutto bene. Ognuno fa ciò che può e ciò che sa. E va bene provare a coltivare, e se si riesce a raccogliere qualcosa è meglio. Ma, prima di tutto, bisognerebbe imparare a coltivare il silenzio e, sopratutto, il rispetto e l’ascolto per chi il contadino lo fa davvero, e di

agricoltura deve vivere, anche se i suoi metodi non sono biologici, né sinergici, né olistici, né naturali.

Oggi il naturale risulta sempre “bello”, perchè naturale, mentre l’artificiale è spesso brutto. Per la concezione greca “bello era l’intervento dell’uomo perchè portava perfezione nella natura. L’uomo concepisce il suo intervento come un’azione sacra, allo stesso modo degli dei che avevano trasformato il caos in cosmo.

La città storica naturale si costituiva come opera d'arte essa stessa .

Non per nulla il mito greco faceva nascere dalla musica e dalla poesia la città dell'uomo. Racconta Pausania che Anfione aveva appreso a suonare la cetra da Hermes, e con la musica addormentava le belve al Pari di Orfeo, rendendo docili i massi che si levavano da terra per formare le mura di Tebe.

Quando gli amministratori delle città medioevali imponevano che i residenti si costruissero una casa di notevole costo per acquistare il diritto di residenza, pensavano ad una futura rivalsa contro eventuali reati, da punire mediante l'esproprio di quel fabbricato, ma soprattutto al prestigio che questo ed altri nuovi edifici avrebbero dato alla città stessa.

Nella città moderna la bellezza paesistica cessando di essere una qualità diffusa e, come tale, fruibile in ogni momento da tutte le classi sociali, è diventata una merce rara, di lusso, destinata alla media ed alta borghesia, scaltramente venduta da agenzie turistiche in pacchetti preconfezionati che forniscono il mezzo per raggiungerla.

Come si paga il biglietto per vedere uno spettacolo che si svolge in un luogo riservato, cos“ oggi si va a visitare, nelle aree a ci˜ destinate, le riserve naturali.

Dovremo a questo punto tornare con la memoria alle città medievali dove gli affaristi ed i mercanti, che non erano meno avidi di lucro degli speculatori odierni, solevano spendere una parte dei loro guadagni facendo dono alle loro città di chiese, ospedali e cimiteri.

Non lo facevano perchè fossero più buoni degli affaristi e mercanti di oggi, essendo la natura umana di allora come quella di adesso, e di sempre, lo facevano per salvarsi l'anima in termini secolari: per garantire a se stessi e ai propri discendenti una reputazione di piena rispettabilità.

Di quelle bellezze, che venivano donate alla città, era ragione sufficiente quella che oggi si dice subordinazione dell'economia particolare alla morale universale.

Nella città di Anfione il contemplare ed il godere la bellezza della natura e dell'arte era scopo supremo, e mezzo l'accumular denaro con il commercio.

Quando allora pensiamo alla città opera d'arte ed agli uomini che seppero crearle, possiamo soltanto ammirarle e rimpiangerle.

Alla città di Anfione succede l'odierna città di Prometeo. In questa l'uomo è padrone ormai di energia che gli consentirˆ di signoreggiare una natura da sfruttare fino alla completa sostituzione con una post-natura tecnologica interamente artificiale.

Alla città di Prometeo, affossatrice e non erede della città di Anfione, si deve l'utilitaristica considerazione della bellezza come qualcosa di costituzionalmente frivolo trovando nelle radici calviniste di Beniamino Franklin, motore della massima "il tempo è denaro", un santone del pragmatismo tecno-industriale.

Eppure leggendo la quarta delle lezioni sull'arte tenute da John Ruskin, già un secolo fa aveva capito benissimo che per preservare la salubrità dell'aria, la sanità del cibo, bisognava scendere alle radici, rivendicare come primario il disinteressato godimento estetico del paesaggio (perchè la guarantigia del paesaggio consegna l'integrità della natura), contro il produttivismo che facendo della natura un oggetto di sfruttamento lorda le acque, rende maleodorante l'aria, costringe a cibarsi con alimenti manipolati e malsani.

Un concetto che ai nostri giorni Heidegger ha speculativamente inoltrato scrivendo essere vero abitare quello che salva la terra e non la padroneggia non l'assogetta.

Nessuno ha preservato in questi anni l'identità ambientale italiana, che pure era una delle più preziose al mondo.

Spesso quando si invocano fatti psicologici e motivazioni sfuggenti come sembrano i fenomeni simbolico-rappresentativi per spiegare certi disastrosi interventi nel territorio degli ultimi decenni, si sente rispondere che essi avevano poco peso di fronte all'unica vera urgenza che negli anni della Grande Trasformazione si imponeva: quella di sfuggire alla pochezza e alla miseria contadina, di ricostruire una società ed una economia ormai esaurita.

Ma è necessario ricordare che tutto è rappresentazione ?

Che anche la fuga dei contadini dai campi nasceva da nuove rappresentazioni del mondo, da nuovi progetti di vita e di lavoro, da visioni urbane che entravano nei mondi rurali ?

La Grande Tasformazione è derivata da questa sostituzione rappresentativa, dal progetto di rigenerazione insorto nella mente di tanti rurali come riantropizzazione del mondo che ha avuto il suo germe nell'immaginario della gente.

Che poi anche questo, come tutti i "nuovi mondi" si sia rivelato spesso come un inferno - l'inferno della periferia urbana - fa parte del ricorrente riesame delle cose.

Oggi anche nel più appartato centro d'Italia c'è qualcuno impegnato nella riscoperta del paesaggio, dei miti e dei valori della passata ruralità, della locale testimonianza storica od archeologica.

Tutto questo oggi si impone forse anche come reazione a quel processo di omologazione culturale e a quella cultura televisiva o della carta stagnola che crea simulacri, rappresentazioni di rappresentazioni.

Contro la distruzione in atto delle rappresentazioni simboliche che ci legano al territorio, contro le atopie che ci portano agli smarrimenti spaziali ed immaginativi, contro la distruzione delle topofilie perpetrata dalla mobilità e dalla compenetrazione dei sistemi, il ritrovare un sito od un monumento od un ordine territoriale consacrato, eletto dall'immaginario degli abitanti e dei turisti, significa restituire al paesaggio quella funzione mediatrice fra l'agire ed il rappresentare che può salvare il mondo dalla perdizione nell'anonimia e nella banalizzazione.

 

La globalizzazione porta alla nascita e all'affermarsi di una nuova classe media consumistica mondiale che è insediata principalmente nel Nord del mondo ma che cerca spazi sociali anche nel Sud del pianeta. La mondializzazione porta insomma ad una nuova forma di bipolarismo Nord-Sud, che attraversa tutte le società umane. La globalizzazione diventa proprio il processo attraverso cui questo fenomeno si estende e si allarga all'intero pianeta, cercando di conquistare alle élite internazionali nuove classi sociali". Oggi si impone una radicale revisione del concetto di "lotta per la giustizia": "La sociologia dello sviluppo contemporanea ha sin qui pensato che la metaforica torta potesse crescere all'infinito e che potesse nel tempo essere distribuita fra tutti. Oggi però la torta non cresce più, nel senso che i limiti eco-sistemici del pianeta impongono limiti allo sviluppo. L'espansione del modello attuale di produzione porterebbe all'esplosione degli equilibri planetari, e dunque la priorità oggi diventa la ridistribuzione della ricchezza e non la sua moltiplicazione. La ricchezza che conosciamo è strutturalmente oligarchica, e non può essere democratizzata se non sacrificando la Terra. Ecco perché la "lotta alla povertà" dev'essere riconvertita in "lotta alla ricchezza", perché la povertà non é più combattibile sul piano dell'emancipazione materiale degli esclusi (i limiti allo sviluppo non lo permettono) ma sulla revisione del modello di sviluppo stesso che crea una ricchezza élitaria". "Alleggerire la ricchezza" è dunque la nuova priorità per la giustizia internazionale.

"Ghandi diceva che ”il mondo è abbastanza ricco per soddisfare i bisogni di tutto, ma non lo è per soddisfare l'avidità di ciascuno".

La globalizzazione è come un Giano bifronte. Il secondo lato è il localismo. Chi vede nell'attuale mondializzazione un fenomeno di civilizzazione, il proseguimento dell'occidentalizzazione del mondo non può fare a meno che interessarsi non soltanto alla globalizzazione dei mercati, ma anche agli effetti culturali che questa porta. Come non può non interrogarsi sui rapporti fra culture locali e cultura globale. Qual'è il ruolo della "Tradizione" in una società globalizzata e multiculturale? E' possibile preservare le "identità" locali, sottraendosi al localismo e al particolarismo ? Come costruire un legame fecondo fra le culture locali e culture altre ? Il problema si pone in termini di sopravvivenza delle economie locali di fronte all'economia mondiale.

La globalizzazione trasforma le culture in folklore nel caso migliore o più spesso le distrugge. Certo, è necessario uscire dall'immaginario economico e sviluppista . La mercantilizzazione del mondo fa sparire i limiti. Essa distrugge lo stato-nazione, svuota la politica della sua sostanza, accumula minacce enormi sull'ambiente, corrompe l'etica e distrugge le culture.

Soltanto una rinascita della vita locale, della cultura locale e della economia locale puo' permetterci di evitare sprechi insensati di energia e risorse naturali, e di concepire un futuro sostenibile. Bisogna denunciare l'illusione di una cultura planetaria che sarebbe il sottoprodotto della mondializzazione tecno-economica. Ad un mondo unificato corrisponde l'impero di un "pensiero unico" che tiene il posto della cultura.

Questo economicismo ha ridotto la cultura a folklore e  relegandola  nei musei. Liquidando le culture nel nome di un mondo unico con un pensiero unico, la mondializzazione provoca l'emergenza delle "tribù", dei ripiegamenti, degli etnicismi, e non la coesistenza e il dialogo. Amplificati dai media, questi fenomeni hanno provocato una tale repulsione, senza dubbio legittima, che ne risulta esaltato un universalismo beatificato e tutto d'un pezzo, di essenza esclusivamente occidentale, con la ripetizione magica di slogan vuoti come la democrazia e i diritti del uomo.

Tuttavia, dopo quarant'anni di occidentalizzazione economica del mondo, è ingenuo e in malafede recriminare sui suoi effetti perversi. Ci si è cosi chiusi in un manicheismo sospetto e pericoloso: etnicismo o etnocentrismo, terrorismo identitario o universalismo cannibale.

Siamo al centro di un triangolo i cui tre vertici sono : la sopravvivenza, la resistenza e la dissidenza. Non dobbiamo dimenticare nè privilegiare nessuna di queste tre dimensioni.

Prima di tutto dobbiamo sopravivere. E ovvio, senza ciò nessuna resistenza ne dissidenza sarebbe possibile.. Sopravvivere significa adattarsi al mondo, ma non significa che dobbiamo approvarlo né aiutarlo a funzionare, al di là della necessità. Dobbiamo accettare dei compromessi nell'azione concreta e quotidiana, ma senza accettarli anche nel pensiero. Già questa è una forma di resistenza. La resistenza mentale all'impresa del "lavaggio del cervello" da parte dei media e il dominio devastatore del "pensiero unico".

Se a breve termine la strategia della sopravvivenza è la più importante, a termine medio, è la strategia della resistenza che diviene più importante e, a lungo termine, è quella della dissidenza

 

                                                          

 

Laudato sii mi’ Signore per sora nostra madre terra la quale ce sustenta et ce guverna.

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Vitaliano Biondi

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